La lettera di Guccini a Bonvi

 

di Francesco Guccini

Bonvi, Bonvi, perché mi perseguiti ancora? Dopo tanti anni di conoscenza, quando speravo in una pacificazione degli impegni reciproci, più certamente i tuoi, dei miei, io neghittoso degli impegni reciproci più di quant’altri.
Ricordi quando piombavi a casa mia per chiedermi (chiedermi? Ordinarmi!) un’introduzione per l’ennesima tua follia, un fumetto, una riedizione del fumetto, un saggio critico sul tuo fumetto, una discussione filosofica su quel fumetto, e vai col liscio? Ed anche lì dovevo trascinare i miei laboriosi e pensosi otia e mettermi a scrivere.
Ma fossi stato soltanto tu, Bonvi, perché le richieste di introduzioni etc si sono moltiplicate nel tempo; ho scritto più introduzioni io di quanti romanzi abbia scritto Alessandro Dumas. Il tragico è che normalmente mi chiedono brevi scritti su cose di cui ho parlato già decine di volte; ormai, ogni tanto, riciclo, e non è detto non lo faccia anche questa volta, ma pazienza.
Alla fine devo ammettere che questa volta non hai colpa, Bonvi, e come ho detto forse la colpa ce l’ho io. Ma lasciamo tergiversare. Un comune amico di Modena, e qui devo aprire una parentesi. Dico Modena, ricordi? Quella città che, anche con qualche anno di differenza, tutti e due abbandonammo, città pecorina, dicevi (pecorino, qualunque cosa volesse dire, era uno dei tuoi aggettivi di disprezzo preferiti, quasi a significare che tu, modenese come pochi altri, ti sentivi chiamato a più alti ideali ed orizzonti).
Maledizione, pensavi, perché non essere nato, che so, a Rio De Janerio o avere trascorso anni, un nome solo, a Buonos Aires, anzi, a Baires, come diciamo abitualmente noi portegnos, cosa poi che ha fatto per anni e anni il tuo vecchio amico, anche lui partito per i verdi pascoli, Hugo Pratt. Invece veniamo da lì, fra Panaro e Secchia, pensa che rabbia.
Ma tant’è, ci è toccata in sorte questa piccola città. Ed un comune amico di Modena (pecorino quant’altri mai) ha curato qualche tempo fa un fascicoletto sul beat modenese. In esso è contenuta una tua perla (rara?) dove due giovinetti capelluti e fiorati in camicie ed altro, cicca in bocca, annoiati come solo due modenesi di quei tempi (e ora?), si chiedono, l’un l’altro, nel nostro dialetto, dimenticato ma mai forse del tutto: «Et un bit tè?». «No, mè a sun un hippy».
E c’era, in questo breve dialogo, in questo lampo di genio, tutta la saggezza contadina di base di noi giovani d’allora che si sognavano rivoluzionari ma che in fondo erano brava gente, provenienti da famiglie piccolo borghesi, sognanti di fare qualcosa di nuovo (e l’abbiamo fatto) ma radicati bene, profondamente, dentro quelle radici. Così eravamo, così eri.
Bisogna capirle certe cose. La nostra bohème è stata ben pasciuta, la nostra scapigliatura più letteraria che altro.
E c’era un tuo ritratto, nel libretto del beat modenese, una tua foto giovanile, un Bonvi magrissimo (eravamo tutti molto più magri, allora, io addirittura di profilo non esistevo), con occhi che oggi definirei spiritati pronto ad immaginare chissà quali nefandezze mai compiute. Ma spiritati da chissà quale ambiguo avvenire, quale destino o forse una posa che ti piaceva assumere nel dorato spleen della città? Che era forse la Modena di Gianni Borelli, te lo ricordi?, la chitarra ritmica di Franco Fini, quello (unico) che sapeva fare l’assolo di Be bop a Lula, pezzo che implacabilmente mi chiedevi a ogni concerto dimenticando che nel frattempo avevo un po’ cambiato repertorio.
Perché c’era stata Bologna nel mezzo, per tutti e due. E c’è stato De Maria, e gli studi di quella casa di produzione Caroselli in via Boldrini (ma era via Boldrini?) e in via del Pratello, dove ancora non c’era il Circolo Pavese ma un glorioso Doremì, con gli anziani, forse più giovani di me stesso ora, che si scannavano su un cavallo mal giocato in una briscola, la Bologna di quando si andava a cena con Franchi e Ingrassia dopo la registrazione dello spot pubblicitario.
Ricordi? Tu facevi il robot. Nonostante gli schiaffi che ti sei preso hai sempre una buona cera. Oppure questa: «Sono Salomone il pirata pacioccone…». L’avevamo fatto il salto. Ma poi tutto l’affare pubblicitario tornò a Modena, e io rimasi a Bologna.
Posso solo ricordare un compagno di strada, uno conosciuto perché mi faceva concorrenza (anche lui disegnava, per cinquanta lire, i sacchi da ginnastica), uno che mi costrinse a tornare a Modena, tutti e due in divisa da sottotenenti, (la dura naia colpì basso entrambi, e fu faconda di innumeri leggende del fantasioso Bonvi), per fare i portici del Collegio e farci salutare dai cadetti dell’Accademia che ci erano sempre stati sulle balle, uno che feci venire a Bologna, uno che se cominciassi a raccontare non finirei più, come quando, tra amici, cade il discorso su di te e si comincia: «Ah ti ricordi quella volta, e quella volta, e quell’altra». Uno che, quando feci il concerto in Piazza Maggiore a Bologna, nell’84, mise uno striscione lungo tutta la facciata di san Petronio: “Diciamo no alle locomotive impazzite. Vota Bonvi”, perché sei stato anche consigliere comunale.
Uno col quale ho buttato giù le primissime Strumtruppen. Uno col quale ho fatto “Storie dello Spazio Profondo”. Tu, naturalmente, nella parte del bell’avventuriero spaziale, io in quella di un piccolo e sfigato robot.
Uno che c’ha lasciato molto prima del tempo.
Invecchiare e lasciarsi dietro un mucchio di gente; è, tutto sommato, sopravvivere.
Noi siamo ancora qui, e Bonvi se n’è andato a girare con una sua astronave in quello Spazio Profondo che avevamo inventato, dove (e qui riciclo) ci sono “benefiche entità su Urano”, dove “i protocastori mugghiano in letizia”, dove ci sono i giacimenti di “ostriche fossili, prelibata leccornia apprezzatissima dal popolo Kaa”.
Il robottino è ancora qui, su questa nostra vecchia Terra, mentalmente alza il braccio metallico e gli offre un bruniffo scriponato venusiano, in parole povere un ultimo whiskey.
Questo testo è un ampio
estratto della lettera a Bonvi scritta da Francesco Guccini nel suo libro “Non so che viso avesse. La storia della mia vita”.

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