Succede solo a Modena

Perché a Modena non possono accadere delle cose normali, semplici, magari vere,  come forse accadono in tutte le parti del mondo, nelle altre città che non si inventano delle eccellenze dell’ultima ora.
Il Carlino titola riportando una frase della signora Caselli Caterina “Questo è un luogo in cui si è fatta la storia del beat”. (?????)
Alperoli assessore che si inventa la cultura ed anche la storia dichiara che Modena è stata la capitale italiana del beat ed aggiunge che la memoria deve generare il futuro.
Peccato che la memoria faccia difetto e generi qualche confusione di troppo.
Ieri sera, era ancora il 29 settembre, io sono passato tenendo per mano quello che considero il progetto della seconda metà della mia vita da Piazza Grande. La piazza era piena di persone tra i 50 ed i 60 anni, lo si può constatare anche dalla fotografia pubblicata dal Carlino.

Questo non significa che la manifestazione abbia avuto successo ma una piazza piena si presta molto a distribuire comunicati stampa, ricopiati fedelmente dai giornali locali, in cui si parla di commozione e di risultato straordinario oltre le aspettative.
Accadrà anche in questo caso.

Sia chiaro che non scrivo queste note per criticare ad ogni costo l’amministrazione comunale, le scriverei anche nel caso che la manifestazione fosse stata organizzata dall’opposizione che spesso non brilla certamente per la qualità delle iniziative.

Si dà il caso però che a Modena le cose normali non accadano e che ad esempio ai privati non sia quasi mai concesso di poter attivare delle iniziative pubbliche. Scrivo queste note anche con un po’ di amaro in bocca perché questa città si merita molto di più.

Arrivato in Piazza Grande mi sono chiesto perché quello spettacolo con la signora Caselli Caterina di Sassuolo, con l’immancabile sindaco Pighi salutante, con l’immancabile parente di Pavarotti ….  fosse stato allestito proprio in Piazza Grande. Una piazza scomoda anche solo per rimanerci in piedi, difficile da raggiungere perché attorno alla piazza non si parcheggia. Non ho trovato nessuna risposta e rigiro la domanda.
Perché queste manifestazioni continuano ad essere organizzate in Piazza Grande ?
Perché non spostarle fuori dal centro storico, in spazi più funzionali, raggiungibili, più praticabili ed anche più ampi ?


L’immancabile sindaco Pighi, sempre quello che accusa chi non ci sta di becerume, può salutare anche dal Parco Ferrari dove c’è un palco allestito ed una collinetta naturale che può ospitare tranquillamente seduti qualche migliaio di persone.
Allora perché in Piazza Grande ?

Ieri sera era, ancora il 29 settembre,  non ho visto i giovani in Piazza Grande, i giovani erano come sempre alla Pomposa o chissà dove. Ma non doveva essere la celebrazione di Modena come capitale del beat italiano, non dovevamo dalla memoria ricavare autostima per generare futuro ? Perché non c’erano i giovani ad ascoltare i Nomadi e la signora Caselli Caterina da Sassuolo ?
Il messaggio della celebrazione della canzone 29 settembre non è arrivato oppure sono i giovani che sbagliano? Oppure molto più semplicemente i giovani se ne fregano di ricostruzioni fantasiose della recente storia modenese e italiana ?

 

Abbiamo già scritto , ieri 29 settembre, che non è possibile impadronirsi di una canzone compiendo uno scippo culturale, che non è vero che Modena è stata la capitale italiana del beat, che è semplicemente ridicolo infilare il beat come fenomeno musicale tra le cosiddette “eccellenze modenesi”  e tutto questo per una ragione molto semplice e cioè che il beat in Italia è arrivato in ritardo di oltre 15 anni dall’america in cui è nato nei primi anni 50 ed è arrivato edulcorato, ripulito, perché in america già dismesso, da tutti quei significati orginali che ne hanno fatto un fenomeno letterario, poetico, cinematografico e filosofico di portata mondiale, pur contrassegnato da alcool, droga e un mix di misticismo e ribellione.

In Italia il beat è stato un beat all’italiana che avendo perso completamente la sua natura letteraria, poetica e filosofica si è sviluppato esclusivamente come fenomeno musicale nel periodo degli anni 60.
Modena non mai stata la capitale italiana del beat. Qualcuno bisogna che lo dica all’assessore.
Non possiamo permettere certe mistificazioni, oggi siamo nell’era di internet e le cose che scriviamo non rimangono più nei nostri diari personali ma vengono subito trasformate in comunicati stampa, post, articoli ed una volta pubblicati su internet poi rimangono. Dobbiamo caro Alperoli dosare bene le affermazioni soprattutto quando interpretiamo troppo allegramente la storia seppur quella delle canzonette anni 60.
Poi accade che qualcuno ci crede davvero che Modena è stata la capitale italiana del beat.
E’ un falso. Non possiamo trasmettere tanto allegramente questa informazione a chi non ha vissuto quel periodo.
E’ soltanto l’Equipe 84 e Maurizio Vandelli che sono nati a Modena e non il beat, nemmeno quello italiano che si è al contrario sviluppato al Piper di Roma, a Piazza Navona, al Perla di Torino e che piaccia o no a chi vuole farlo nascere per forza a tra il Secchia e il Panaro si è sviluppato tramite la più conformistica manifestazione musicale, il Festival di San Remo.
Il beat italiano era fatto di pantaloni a campana, di orribili camice con il colletto lungo.

Se vogliamo raccontare qualcosa di quegli anni valorizzando giustamente anche i gruppi modenesi non possiamo però dimenticare in fervore per le eccellenze modenesi, personaggi come Bob Dylan, Donovan, le contaminazioni tra folk e beat di una canzone come “Il vento dell’est”, i Beatles italiani come i Rokes con “Che colpa abbiamo noi” o “Bisogna saper perdere” successi musicali istantanei che in Italia sono stati generati dal Festival di San Remo.

Perché Modena dovrebbe compiere questo scippo? La storia musicale di quegli anni è stata contrassegnata dai gruppi che eseguivano cover di canzoni straniere. Se proprio vogliamo parlare di una qualche originalità italiana ed anche nostrana allora parliamo di Guccini che con il brano “Dio è morto” ha cercato, ispirandosi a Allen Ginsberg, di introdurre dei grandi temi nella musica leggera.

Ci sono canzoni molto più rappresentative del beat che non non 29 settembre, penso ad esempio a “ Sono un ragazzo di strada” dei Corvi oppure a “Pugni chiusi” dei Ribelli.

Vogliamo parlare di storia della musica nell’Italia degli anni 60 ? Ottimo, facciamolo e nel farlo diamo il giusto merito ai personaggi all’Emilia tutta intera. Rinchiudere il beat, sia quello vero che quello edulcorato, dentro a Piazza Grande e spacciarlo per una eccellenza modenese da affiancare ai motori, al balsamico, al lambrusco … mi sembra veramente una una forzatura da smentire.
Oggi, 30 settembre, finita la festa un giornale radio ci riporta alla realtà.

Se qualcuno è interessato ad  avere almeno qualche riferimento culturale e storico può proseguire nella lettura. Il testo che segue non è mio, è però una ricostruzione sintetica, essenziale e fedele di un periodo. E’ reperibile in rete, è di pubblico dominio, utilizzabile. In internet si trova e si troverà sempre più di tutto, comprese le dichiarazioni di Super Sitta, l’assessore che vuole vendere i reperti archeologici che trova mentre continua a cementificare la sua personalissima idea di  Modena futura ed anche le dichirazioni di Alperoli che si inventa una Modena capitale italiana del beat.
Imbarazzante ? Sì, decisamente è imbarazzante. La rete è grande ed ognuno dalla rete prende solo quello che ritiene buono, ognuno nella rete mette quello che può.

Gabriele Morelli

 


La nascita della Beat Generation

L’America del dopoguerra poteva sembrare agli occhi del mondo la societa’ ideale in cui vivere. La stampa di allora provvedeva ad ovattare i contrasti razziali attraverso una campagna di autocompiacimento fatta di eroi e patrioti di carta quali Superman o Flash Gordon o in celluloide come John Wayne capostipite dello sconvolgimento dei ruoli sull’usurpazione pellirossa.
La realta’ era ben diversa dietro una parvenza di paese buonista fatto di liberta’ e democrazia, consolidata dall’azione liberatoria svolta durante la seconda guerra mondiale (della quale ancora oggi noi italiani paghiamo debiti di riconoscenza) si celava un paese fondamentalmente razzista ed ottuso, le cui contradizioni vennero ben dipinte alla fine degli anni ’60 dal Film “Easy Rider”.
In questo scenario post-bellico due persone simili per ideali ma diverse nel modo di esprimere la propria arte si opposero a questo stato di cose facendo sorgere la Beat-Generation.

Le due anime di questo movimento culturale e musicale si identificarono fondamentalmente in due persone Jack Kerouac e Woodrow Wilson Guthrie detto Woody. Entrambi traevano dal vagabondaggio il loro spirito libero e dalla lotta agli oppressori e all’oppressione la loro fede di vita.
Kerouac con il libro “On the road” insieme a due suoi colleghi della Columbia University, Allen Ginsberg e William Burroughs attraverso i loro libri “Il Pasto nudo” di Burroughs e “Howl” di Ginsberg, indicarono uno stile di vita e forme di lotta che divennero il vangelo di molti giovani negli anni ’60 e ’70 fino a diventare l’ispirazione degli scontri generazionali culminati con le proteste globalizzate del ’68.
In questa sede interessa soprattutto l’azione di Woody Guthrie che attraverso il folk-country, un genere figlio delle ballate western, cantate in genere con voce nasale, comunico’ attraverso i suoi testi il richiamo ai propri doveri di tutti i cittadini in particolare coloro che dirigevano le fila e cioe’ imprenditori e governanti. Nel film biografico “This land is my land” (interpretato dall l’attore Keith Carradine) si vede un Guthrie alle prese con problemi di sfruttamento del lavoratore intento a fondare il sindacato dei braccianti in eterno peregrinare sulla falsariga di Kerouac in “On the road”.

Prima di introdurre l’aspetto musicale degli anni ’60 merita un breve accenno sul condizionamento cinematografico prodotto da questo movimento che attraverso film quali “Soldato blu”, “Family life”, “Electra glide”, “Il laureato” ed “Easy rider” : dipinsero il lato meschino della societa’ americana; in particolare due alfieri di famiglia Fonda, Jane e Peter : si mossero attivamente dentro e fuori il loro ambiente affinche’ la gente capisse come stavano realmente le cose.

La Beat Generation in Musica

Un altro personaggio che aderi’ a tale movimento e sconvolse il mondo occidentale giovanile a cui un po’ tutti da Fabrizio Zampa (intervista : mercoledi’ 4 gennaio 1967) a Gianni Boncompagni (citando critici nostrani), indicano come fondatore della trasformazione in arte musicale della Beat Generation, cosi’ come noi l’abbiamo conosciuta negli anni ’60, e’ stato Bob Dylan.
Rinata come in origine dal folk-country fu la base di tutti i movimenti musicali successivi dal Rhythm & Blues al Rock; in comune avevano i tempi dettati dal “Beat” : cioe’ Battere; nella musica precedente il tempo veniva invece dal “Levare”.
Nacquero due correnti di pensiero : quella di Gianni Boncompagni che affermava sul n. 1 di Big (giornale che amplifico’ il fenomeno in Italia) : “Anzitutto bisogna chiarire una cosa: “beat”, tecnicamente parlando, e’ tutta la musica con una ritmica in “battere”. Sono beat il rhythm and blues, il rock, il folk-rock e cosi’ via. In Italia, nell’accezione comune, beat significa musica inglese, “english sound”. Dire pero’ che tutta la musica beat e’ in crisi e’ inesatto. La crisi c’ e’, ma riguarda solamente il sound inglese, a base di chitarre e chitarre basso, suoni distorti, ricerche di nuovi suoni sul tipo degli Who. Se parliamo dell’Inghilterra, allora si’, il beat e’ in crisi. Per gli inglesi e per tutti i loro imitatori, in tutto il mondo.”

E quello dei musicisti quali ad esempio Franco Ceccarelli dell’Equipe 84 : che nei suoi concerti identificava il Beat moderno da una deformazione del folk-blues con l’avvento dell’organo Hammond; e guarda caso i fondatori di questo nuovo genere ballabile, leader all’ Ed Sullivan Show, con costumi piu’ addolciti (giacca e cravatta) e prime prede del Marketing commerciale furono i Byrds, i Lovin’ Spoonful, i Manfred Mann, The Band, discendenti diretti di Dylan del quale modificarono in ottica elettrica/elettronica suoi brani quali : Manfred Mann : “Do wah Diddy Diddy” del 1964, “If you gotta go go now” del 1965, “Mighty Quinn” (1968), e “Just like a Woman”; i Byrds “Mr. Tambourine man” (1965), All I really want to do (1965) “It’s alright ma I’m only bleeding (1965), “My back pages” (1967); ecc. ecc.

Non dimentichiamo inoltre “Turn, Turn, Turn” dei Byrds riprodotta da un altro Folk-man Pete Seeger; gli Spoonful di Sebastian che ha diviso con Dylan concerti ed un album o The Band che lo seguivano sempre.
Parallelamente agli stati Uniti che avevano visto la trasformazione del folk attraverso le Jug Band in musica Beat in Inghilterra avveniva lo stesso processo dallo skiffle (genere musicale fratello delle Jug band) in MerseyBeat (Mersey e’ il fiume che attraversa Liverpool, la capitale del genere). In quest’ ottica si mossero autonomamente i Beatles di “Beatles for sale”, Gerry and Pacemaker, Searchers, Zombies, Dakotas, Rory Storm and Hurricanes e gli Animals all’epoca di “Don’t let me be misunderstood”.

Questi ultimi nel 1965 riprendendo un brano di Sam Cooke “Bring it on home me” aprendo la strada al Beat-Rhythm Blues (di cui parla Boncompagni) e che nel 1967 attraverso Otis Redding, Sam & Dave iniziarono a metter in crisi il Beat tradizionale.
Nel frattempo il fenomeno ebbe un’ altra svolta : si diversifico’ in una fascia piu’ commerciale sviluppandosi ne: I Monkees di “I’m a believer”, gli Hollies, i Move di “Blackbarry way”, i Bee Gees dell’album “Odessa”, Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich, i Procol Harum e i Moody Blues che influenzarano sostanzialmente il Beat italiano tanto da indurre Caterina Caselli, sempre sul primo numero di Big a dire che il Beat in Inghilterra e’ morto perche’ era fondamentalmente una moda. Definizione esatta (moda da ballo, nda), ma anche con una matrice impegnata : i sopraccitati Animals, Lovin’ Spoonful, Kinks, Moody Blues, Byrds, Manfred Mann, Yardbirds, Who, Small Faces e Mamas & Papas. Gruppi che furono i precursori del movimento Hippies e della musica Rock esplosa nel 1967.


La fine del Beat nei paesi anglosassoni

Piu’ che di fine della musica Beat, intesa come interruzione improvvisa degli atteggiamenti di costume che la caratterizzano, sulla falsa riga delle mode generiche, dobbiamo parlare di trasformazione del Beat.
Molti sanno che la Beat generation sfocio’ nel movimento Hippies dopo un periodo di metabolizzazione e di adattamento alla repulsione delle societa’ anglosassoni.
Anche in campo musicale si e’ iniziato ad osare di piu’ : l’ atteggiamento dei cantanti e’ iniziato a diventare piu’ trasgressivo , vedi Zappa,Hendrix; il rock diviene sonoramente piu’ aggressivo; si abbandonano le ultime reticenze legate al business e/o ai compromessi con le case discografiche ed i procuratori alla Epstein (manager dei Beatles); i brani diventano piu’ lunghi, meno melodici con la costante del solo nei concerti; scompaiono le figure di contorno quali gli speaker durante i concerti affiche’ ci fosse più intimita’ fra pubblico e gruppo; non si accetta di comparire in Tv se non alle proprie condizioni, con capelli lunghi e vestiti sgualciti; nel proprio piccolo anche cantanti come Sandie Shaw, Dalida’, Silvie Vartan : creeranno scandalo cantando a i piedi scalzi; gli Who iniziano a spaccare chitarre in concerto (cui si accoda nei propri live Hendrix); Keith Emerson dei Nice e poi degli ELP accoltella il proprio organo Hammond.

L’ apice di questa rivoluzione e’ stata raggiunta con l’esaltazione delle forme dialettiche e di costume attraverso il concerto di Woodstock.
Poi il beat e’ completamente sparito.
In sua vece, come il canto del cigno, e’ rimasto il rock roccioso con tutte le sue nuove derivazioni (psichedelia, jazz-rock, progressive)… ma che ha iniziato proprio da li’ un lento declino che si completera’ nel 1976 con l’avvento del Punk dei Ramones e Sex Pistols … ma questa e’ un’altra storia…


Il radicamento del Beat in Italia

Spontaneamente potremmo essere indotti a paragonare il fenomeno Dylan a livello planetario con il fenomeno Battisti a livello italiano, poiche’ vi sono diverse analogie.
Dai gruppi satelliti di entrambi e’ nato e si evoluto nel primo e consolidato nel secondo il movimento beat; entrambi erano supportati da formazioni, la “Band” per Dylan e “La formula 3” per Battisti all’occorrenza autonome ed incisive nella storia musicale del proprio paese, entrambi erano musicalmente e socialmente rivoluzionari.

In realta’ ad inizio carriera Battisti a differenza di Dylan scriveva solo musica per altri, al contrario del primo che era un cantautore allo stato puro. Anzi il primo cantautore moderno.
Battisti, inoltre, ha rotto il ”ponte” che sfociava spesso in sudditanza compositiva, tra musica anglosassone e musica italiana, avendo attinto dai maestri d’oltre mare tutto cio’ di positivo che c’era per adattarlo ad uno stile ed una esigenza italiana.
Nella realta’, il beat in Italia si era sviluppato gia’ qualche anno prima dell’avvento di Battisti, precisamente in Emilia.
Nei recenti concerti effettuati dagli ex componenti delle Equipe 84, si fa spesso riferimento a quest’asse, come terra d’origine di gruppi quali: I Corvi, i Nomadi ed una formazione che si chiamava i Gatti, da cui sono nati artisticamente quasi tutti i futuri componenti delle Equipe 84 e Francesco Guccini.

Alla base dei nuovi movimenti musicali italiani c’era questo fermento, questo tipo di cultura, unita alla voglia di porre una rottura con le consuetudini del vecchio mondo adulto.
Il suo sviluppo da noi e’ stato graduale poiche’, causa la forte censura, non poteva ( e non lo fara’ fino all’avvento dei cantautori ), esprimersi liberamente, salvo incorrere in sequestri come ad esempio nei casi delle canzoni : “Dio e’ morto” (Guccini, Nomadi) e “Pomeriggio ore 6” scandalosamente provocatoria delle Equipe 84.

Il compromesso a cui si e’ giunti in quegli anni 60′ era la rappresentazione del Beat Italiano (escludendo Francesco Guccini con il suo “Folk & Beat” di chiara ispirazione Dylaniana) limitato nelle grosse provocazioni nei testi, a volte addirittura banali, estese solo alla moda ( pantaloni e camicie coloratissimi o sdrucite, capelli lunghi spettinati, insomma l’ immagine del “Bitnik.”
Caratteristica diffusa di questo “beat musicale” era la “Cover”, cioe’ l’ italianizzazione di testi cantati in lingua diversa ma su basi musicali spesso identiche all’ originale.


La Fine del Beat in Italia

In Italia il circolo vizioso fu definivamente spezzato nel 1970 con la Cover di “Shympaty” dei Rare Bird riprodotta da Caterina Caselli in “L’umanita’ “; infatti con l’avvento di Battisti ed i cantautori si creo’ una svolta di costume, Battisti in particolare : aborri’ le cover che scomparvero con lui, impose il 33 giri al posto del 45 e la musica da ascolto a quella da ballo, ponendo fine anche alla esterofilia soffocante degli anni ’60/’70; e come ha detto Boncompagni “Contribui’ a creare di fatto l’unita’ d’Italia”.

Si inizio’ cosi’ ad ascoltare Leali, Equipe 84, Dik Dik, Ribelli, Camaleonti, Caselli, Corvi, Nomadi, Quelli, Giganti, Rokes, e persino la simpatica canzoncina dello zecchino d’oro “Tippy il coniglietto hippy” con un altro orecchio : posizionandoli impietosamente nelle trasmissioni quali “Per voi giovani” condotta da Renzo Arbore sullo stesso piano della Cinquetti, Louiselle o Wilma Goich.


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