Che fine ha fatto il piano per il risanamento delle acque sotterranee?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

Che fine ha fatto il piano per il risanamento delle acque sotterranee?
Senza alcun confronto con i cittadini ma, a quanto sembra, anche con l’Autorità d’Ambito, a cui per legge spetta il compito di organizzare, affidare e controllare il servizio idrico, il Comune di Modena e quello che dovrebbe essere il mero gestore del servizio idrico integrato, la multiutility HERA, hanno proposto di realizzare un impianto per potabilizzare l’acqua del Secchia e per immetterla nell’acquedotto cittadino in sostituzione delle acque delle falde inquinate dai nitrati.

Si tratta di una proposta che rappresenta una vera e propria inversione di rotta rispetto alle pluridecennali politiche locali di uso delle risorse idriche, che destinavano le acque sotterranee al consumo umano riservando agli altri usi quelle superficiali, meno pregiate. La traversa di
Castellarano e l’acquedotto industriale sono il frutto di tali politiche.
Qualsiasi cambiamento nelle politiche dell’acqua e quindi anche il progetto di impianto di potabilizzazione dovrebbero passare al vaglio della discussione e del confronto tra gli enti preposti al governo del territorio e del ciclo idrico, delle istituzioni, delle associazioni, ma anche dei cittadini, sui quali verrebbero scaricati i maggiori costi previsti per la potabilizzazione. Cittadini che, con i referendum del 12 e 13 giugno, hanno dimostrato di considerare la gestione e la tutela di questo bene comune, questioni che li riguardano direttamente.

La scelta di ricorrere alle acque del Secchia per approvvigionare di acqua potabile l’acquedotto modenese comporterebbe inevitabilmente l’abbandono del piano per il risanamento delle acque sotterranee dall’inquinamento provocato dai nitrati – i principali responsabili dello scadimento qualitativo delle falde modenesi – che finora non ha dato i risultati sperati soprattutto per la responsabilità degli enti e delle istituzioni preposte ai controlli degli spandimenti agronomici e degli
scarichi idrici.

Sono almeno una decina i pozzi a Modena e nei comuni limitrofi in cui i nitrati hanno superato il limite di potabilità di 50 mg/litro arrivando in alcuni casi ai 100 mg/litro. Per rendere potabile l’acqua
di questi pozzi, prima di essere immessa nell’acquedotto, viene miscelata con acqua con una concentrazione minore di nitrati.
Non è però possibile rinunciare al risanamento e alla tutela delle acque sotterranee perché rappresentano una risorsa strategica per soddisfare le esigenze idriche future dei cittadini.


Si tratta di attuare le azioni già previste dai piani di risanamento e tutela e predisporne altre, cominciando dalla rinuncia a realizzare nelle zone più vulnerabili delle conoidi (delle zone di ricarica) infrastrutture come la bretella Campogalliano-Sassuolo, poli estrattivi, nuove edificazioni, come
quelle di Via Aristotele e di via Cannizzaro.

Il fatto che in passato siano già stati edificate aree che
avrebbero dovuto essere tutelate, come i quartieri a sud della città o l’autodromo di Marzaglia, interventi che per altro aumentano i rischi di percolazione di contaminanti in falda, dovrebbero  scongiurare anziché giustificare nuovi interventi.
Ricorrere all’uso delle acque superficiali non è una soluzione duratura: sono più vulnerabili agli inquinanti e, in caso di contaminazione grave, gli impianti di potabilizzazione sono inefficaci e devono essere fermati, lasciando senz’acqua potabile intere comunità.

Tutti ricordiamo le preoccupazioni di Ferrara in seguito allo sversamento di idrocarburi nel Lambro, e, nella nostra Provincia, il mancato approvvigionamento idrico dell’acquedotto di Pavullo dal torrente Scoltenna a seguito dello svaso dei limi della Diga di Riolunato.

Lega Ambiente Modena


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