Cavezzo, il web e una bella idea

Ne parleranno anche fuori provincia? C’è da scommetterci. Cavezzo si muove e va nella direzione giusta grazie alla grande opportunità offerta dalla rete e all’intelligenza e intraprendenza di Antonella Sala,  commerciante che ha perso il negozio durante il terremoto e alla lungimiranza di quelli che hanno aderito e detto “ci sto”.

E per una volta, grazie anche alla rapidità dell’Ausl di Mirandola nel concedere l’assenso.

Un centro commerciale fatto di container prendendo come idea il Boxpark di Londra. Un centro  da utilizzare per tre anni (questa è l’idea) e poi lasciarlo in piedi per altre iniziative. Forse. Perché potrebbe anche rivelarsi un bel business se gestito bene. Certo, Cavezzo è separato da Londra da un abisso e non c’è bisogno di spiegare cosa divida una delle più grandi e vivaci metropoli del mondo dalla sonnacchiosa Bassa modenese. Ma può funzionare. Funzionerà perché il nome  e il logo sono originali, (“5.9” e i cerchi concentrici utilizzati per visualizzare gli epicentri), perché il progetto è valido, perché attirerà non solo clienti ma anche curiosi.

5.9 inizia sotto i migliori auspici perché c’è il giusto mix di iniziativa privata e velocità burocratica. Quest’ultima è quello che serve di più per ripartire in questo momento.

La speranza è che di Boxpark non venga recuperata solo l’idea dei container assemblati in modo creativo ma sia un’opportunità per fare commercio in modo nuovo, uscendo dalla logica del negozio di paese, nato per essere conosciuto dai residenti e pochi altri. Il rumore che provocherà l’iniziativa deve essere colto come opportunità per attirare una clientela “giovane” ed esterna.

Sito internet quindi, bisogna far sapere fuori cosa succede, quali sono le iniziative. Un blog? Ancora meglio. Chi ha avuto l’idea è sicuramente in grado di affrontare questo tipo di discorso.

Corro troppo? No, la Bassa deve recuperare decenni e ora ne ha l’opportunità.

Alcuni timori per il futuro. Una buona idea non dovrebbe avere un termine. Si è detto tre anni e poi la struttura passa al comune per altre attività. Il rischio è che alla fine un’idea imprenditoriale muoia in questo modo. E se funzionasse? E se non fosse il caso di smantellarla come centro commerciale? La decisione presa sarà irrevocabile?

La ricostruzione rimane sempre al centro di tutto. Ma è davvero auspicabile tornare alla situazione di prima? Ri-costruire uguale anziché ri-pensare tutto quanto? E se per una volta il terremoto rappresentasse un’opportunità per il nuovo anziché un favoloso business per il soliti noti, i costruttori innanzitutto (cooperative o privati che siano)?

Donatella Franchi