Da Facebook al voto: la scienza sociale al servizio della politica

ESORTAZIONI ELETTORALI SU FACEBOOK – 2 novembre 2010. Durante il celebre ”Election Day” made in Usa, viene condotto uno degli esperimenti sociali più estesi della storia. Viene inviato a un gruppo di controllo iniziale composto da 600.000 utenti Facebook, scelti in maniera del tutto casuale dai ricercatori, un “social message” in cui li si esorta a votare. Il messaggio comparve tra le News Feed degli utenti, come fosse stata un’inserzione a pagamento: ovvero arrivò nella Home a prescindere dalle interazioni passate degli utenti e dei loro amici. Il messaggio, a sua volta, sarebbe giunto indirettamente a un campione di 61 milioni di utenti.

Lo studio è stato pubblicato questo 12 settembre su una delle più importanti riviste scientifiche americane, il Nature,  ed effettuato da James H. Fowler, Professore di Scienze Politiche presso la University of California di San Diego e particolarmente esperto in materia di social network e di partecipazione politica. Le stime più prudenti proposte a fine ricerca parlano di circa 300.000 votanti in più “portati socialmente” alle urne,  rispetto a quelli che, sui 61 milioni di utenti/cittadini coinvolti, comunque sarebbero andati a votare. Ma il fautore di questa ricerca, lo stesso Professor Fowler, ritiene che «il numero reale è probabilmente più vicino al milione».

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SE VOTI TU, VOTO PURE IO – Se dovessimo chiedervi quale pensate che sia la forma base della comunicazione interpersonale, non pensereste certo ad una fredda e scarna chat ma ad un face-to-face. Ed è proprio questo, il faccia a faccia dal vivo, che incarna il modello primario di diffusione delle informazioni tra esseri umani e si rivela essere fondamentale nella costruzione del modo in cui interpretiamo il mondo e agiamo.

Dalla ricerca è emerso che, oltre al potere dell’immediatezza con cui si diffondevano agilmente questi messaggi virali, a fare la differenza è stata la reale rete sociale delle persone. Lo studio ha stabilito che per ogni utente che vedeva comparire nella propria Home il logo “I Voted”, c’era un 2% di probabilità in più di cliccare su di esso e diffondere, a propria volta, il messaggio nella News Feed degli amici. Un dato interessante, ma ancora insoddisfacente. L’impressionante realtà statistica emersa è stata quella secondo cui, per ogni nuovo votante importato alle urne dal potere di Facebook, 4 persone a lui vicine (conoscenti, amici, parenti) si convincevano a votare.

RETE REALE VS. RETE VIRTUALE – Se c’è, dunque, qualcosa che lo studio ha implicitamente dimostrato è che la virtualità trova terreno fertile solo nel momento in cui si tratta di dare l’input informativo e generare l’effetto a macchia d’olio. Perché ben pochi ne verranno, nell’immediato, davvero influenzati. Ma i legami forti che caratterizzano l’esistenza sociale di ogni uomo faranno sì che quei pochi influenzati diffonderanno nella vita reale quella tipologia di comportamento,contaminando anche tutte quelle persone al quale il messaggio “I Voted” o non aveva modificato la sensibilità elettorale o non era proprio giunto per un’evidente questione di sovraffollamento di post.

Basti pensare all’importanza di vivere in una famiglia o di stare in un gruppo di amici fortemente dediti al voto: automaticamente, vedremmo nelle loro azioni un gesto sociale da emulare. Stringere relazioni con persone affini a noi vuol dire anche assimilare certe categorie di pensiero: come, ad esempio, quella per cui votare è un diritto e un dovere irrinunciabile e se non lo si fa si merita di subire una sorta di gogna sociale o, al contrario, quella per cui vivere in un contesto sociale generalmente avverso al voto è plausibile nel momento in cui tutte le proposte politiche sembrano risultare l’una la scarsa imitazione dell’altra.

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SCAVARE PER LA RICERCA – Una volta raccolti i dati meramente quantitativi, ai ricercatori è venuta la curiosità di cercare di capire chi, tra Democratici e Repubblicani, fosse stato tendenzialmente più influenzato dal potere della socialità. Cosa hanno scoperto? Nulla, perché andando a rovistare nella sezione Orientamento politico dei singoli account Facebook che avevano utilizzato l’opzione “I Voted”, solo l’1% aveva effettivamente dichiarato la propria simpatia/vicinanza/fedeltà politica e dunque avevano reso impossibile il loro inquadramento ideologico.

Da un certo punto di vista, è un peccato. I dati emergenti avrebbero potuto rilevare aspetti interessanti e tracciare determinati profili sociali degli elettori medi, come ad esempio che i repubblicani potevano essere stati meno influenzati in quanto più conservatori e meno integrati nei confronti delle nuove tecnologie. Quello che, in Italia, potremmo orientativamente pensare degli elettori del Pdl i quali, al di là di ogni considerazione prettamente politica, sono senza dubbio culturalmente più avvezzi a un medium come la televisione, prima ancora che ad Internet e ai social network.

SCAVARE PER INVADERE – L’altro lato della medaglia, il più preoccupante, è che ogni ricerca in profondità sembra tradursi in un’invasione di campo. Quale campo? Il nostro, quello della nostra vita, della nostraprivacy. E le linee di questo campo sembrano voler essere continuamente oltrepassate da Facebook, con politica e scienza al seguito, in virtù di una ricerca che ha tutto l’interesse a scavare dentro di noi. Chi siamo, cosa pensiamo, come ci comportiamo, persino chi votiamo!In barba alla (presunta) segretezza del voto.

Sono scenari così impensabili e apocalittici quelli qui descritti? Non proprio. Basti pensare che gli stessi scienziati che hanno portato a termine questa ricerca non si sono dati per sconfitti e hanno promesso che, a partire dal prossimo caso di studio, verranno utilizzatetecniche invasive innovative per cercare di tracciare l’orientamento politico degli utenti Facebook a partire da commenti, condivisioni e Mi Piace. Ricordate sempre che ogni interazione col social network di Mark Zuckerberg dice qualcosa di voi. E state certi che c’è qualcuno, dietro le quinte, pronto a leggere, analizzare e dedurre.

 

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