La politica sul web in campagna elettorale

Sembra proprio che non ci sia niente da fare, i politici italiani  non sanno utilizzare internet e i social media per comunicare in modo diverso. Quando sbarcano su internet lo fanno nel modo peggiore possibile, usandolo come un amplificatore dei loro slogan. In questo modo non funziona e la rete rimane fredda e critica nei confronti di questi comportamenti. I social media richiedono al contrario la capacità di dialogare e di ascoltare.

Gabriele Morelli
turismocome@gmail.com
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Gli italiani e il Web; la politica e il Web, maneggiare con cura. “Twitter è irritante in modo indicibile. Articolare un parere in 140 caratteri è come scrivere un romanzo senza usare le P”, parola dello scrittore americano J.Franzen che probabilmente non aveva capito le dinamiche del social network, dato che nel giro di poche ore migliaia di utenti gli inveivano contro attraverso l’ hashtag “jonathanfranzesenhates”.

Negli USA, per rimanere in tema, recenti studi della University of California hanno mostrato che l’influenza dei social media ha indotto nelle ultime elezioni i giovani elettori ad andare a votare e che per ogni post con scritto “I VOTED”, altre 4 persone erano incoraggiate a partecipare. Un altro dato su cui riflettere è che i candidati che sono più frequentemente citati nei social network arrivano alla vittoria il 75% delle volte. Pensate che il celebre cinguettio di Obama (quello in cui abbraccia la first lady, chi non lo conosce?), ha prodotto dopo appena cinque ore 538.167 re-tweet.

In Italia non funziona. O per lo meno non funziona in politica e per i partiti tradizionali.Il presidente degli USA conta 34.939.609 mi piace su fb mentre Bersani ne ha raccattati solo 103.631, contro i 474.762 di Berlusconi.

Non c’è due senza tre. La terza B è BelenRodriguez, con 2.122.042; paradossalmente se la “batte” lei con Mr.Obama.

Perché? I motivi sono molti, a partire dal basilare accesso  Internet, che nel 2010 in Italia era di appena del 54%, contro l’85% dell’Inghilterra. C’è poi chi sostiene che nel sistema politico italiano i partiti sono finanziati in primo luogo dallo Stato: questo, assieme aitetti per le spese elettorali, scoraggia ad esempio il ricorso a Internet per attrarre finanziamenti privati. E non solo: mentre in ambito anglosassone la Rete è concepita anche come opportunità per arrivare direttamente agli elettori, saltando in questo modo la mediazione dei giornalisti e dei grandi organi di informazione, in Italia questo obiettivo è meno sentito. Per il Belpaese si parla di un vero e proprio ritardo nell’uso del web 2.0.

E poi non manca il substrato culturale. In Italia non ci sono ancora iniziative simili all’open camera, o tentativi da pare dei partiti di istituzionalizzare il web dandogli l’investitura della tracciabilità, riportando on-line le riunioni, le proposte, le decisioni; che tutto questo sia visto come eversivo? Sarebbe un peccato di tracotanza di politici che non ascoltano le nuove istanze. La politica è dialogo, è interazione. Bisogna traghettare i contenuti nella forma adeguata, prendendo atto che il vecchio sistema società/partito, istituzioni/governo è scomparso e che si è generato dalle sue ceneri un nuovo tipo di partecipazione in cerca degli aggettivi ospitale e trasparente” riferiti a un partito non solo vetrinizzato in uno schermo tv ma che sia una stella danzante del territorio come del webE’ questo quello che chiede oggi il popolo di Internet, quello che chiede l’Italia.

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