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COLDIRETTI: CROLLO ALLEVAMENTI SUINI, PROSCIUTTO ADDIO

(riceviamo e volentieri pubblichiamo)
Coldiretti modena a Reggio Emilia

Centinaia di agricoltori modenesi, capitanati dal presidente di Coldiretti Modena, Francesco Vincenzi, sono scesi in piazza questa mattina a Reggio Emilia assieme a diecimila allevatori italiani per difendere i nostri allevamenti dal finto made in Italy.

A Modena, negli ultimi dieci anni, hanno chiuso i battenti 300 aziende, pari ad un calo del 64%, e i suini allevati a Modena, nel solo 2013, sono diminuiti di 22.400 capi, con una diminuzione del 7 per cento rispetto al 2012 arrivando così a 295 mila 623 capi (nel 2002 erano oltre 473 mila).

Per questo, gli allevatori di maiali hanno lanciato “La Battaglia di Natale: scegli l’Italia” per tutelare coloro che acquistano prosciutti, salumi, costolette, credendo di mettere prodotto nazionale nel piatto, mentre così non è.

Agli imprenditori emiliano romagnoli sono venuti a dar man forte i colleghi di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Toscana, mentre altri diecimila imprenditori agricoli da tutta Italia hanno iniziato un presidio al valico del Brennero per verificare camion frigo, autobotti, container e smascherare il made in Italy “tarocco” diretto sulle tavole italiane in vista del Natale all’insaputa dei consumatori per la mancanza di una normativa chiara sull’obbligo di indicare l’origine degli alimenti.

In Emilia Romagna – ha denunciato Coldiretti – tra il 2000 e il 2010 gli allevamenti di maiali sono passati da 4.438 a 1.179 con un calo del 73%, mentre i capi allevati sono passati da 1.555.000 a 1.247.000 con un calo del 20%. Solo tra il 2011 e il 2012 nella nostra regione abbiamo prodotto 12 mila tonnellate di carni di maiale in meno, mettendo a rischio la produzione di salumi Dop e Igp come il prosciutto di Modena, il prosciutto di Parma, il culatello di Zibello, i salumi piacentini, i cotechini e gli zamponi. La causa – spiega Coldiretti – va cercata in parte in un aumento vertiginoso dei costi di produzione mentre non sono aumentati i prezzi pagati ai produttori, al punto che  su un costo medio di produzione di 1,56 euro, il prezzo mediamente pagato all’allevatore è stato 1,40. Il tutto aggravato – continua Coldiretti – dagli insostenibili squilibri nella distribuzione del valore dalla stalla alla tavola: per ogni 100 euro spesi dai cittadini in salumi ben 48 euro restano in tasca alla distribuzione commerciale, 22,5 al trasformatore industriale, 11 al macellatore e solo 18,5 euro all’allevatore”.


Le difficoltà dell’Emilia Romagna, dove vengono allevati il 13,3 per cento degli oltre 9,3 milioni di maiali degli allevamenti italiani, si ritrovano anche a livello nazionale, dove nell’ultimo anno – evidenzia Coldiretti – sono “scomparsi” 615 mila maiali e 200 mila scrofe. Dall’inizio della crisi la filiera italiana ha perso oltre 8 mila posti di lavoro in un settore che occupa complessivamente 105 mila addetti, di cui 50 mila negli allevamenti (3.000 in Emilia Romagna) e 55 mila (7.000 in Emilia Romagna) nell’industria di trasformazione e nei servizi. Tutto questo accade mentre per coprire il consumo di 2,15 milioni di tonnellate di carni di maiale importiamo 850 mila tonnellate, pari al 40% del consumo

A mettere in crisi i nostri allevamenti – sottolinea Coldiretti – è la concorrenza a basso costo e la scarsa qualità della carne straniera. La mancanza di trasparenza, che rende indistinguibile il prodotto italiano e confonde il consumatore, continua a favorire l’espansione delle importazioni di carni che sottraggono spazi alle nostre produzioni più tipiche, costringendo i nostri allevamenti a chiudere e mettendo in pericolo l’immagine e la genuinità dei prodotti nazionali”.

La dimensione del fenomeno – continua Coldiretti – minaccia prima gli allevatori e poi i consumatori. E’ a rischio anche la sicurezza alimentare perché i nostri allevamenti sono i più sicuri e controllati d’Europa con una media di un controllo a settimana. E’ necessario che questo primato venga riconosciuto pubblicamente, con una chiara indicazione che consenta una scelta consapevole dei cittadini. In più, l’Unione europea chiede all’Italia di applicare rigorosamente la direttiva nitrati per lo spandimento liquami, rigore che non viene applicato alla Germania nonostante la stessa Commissione europea riconosca che le nostre acque non abbiano problemi al contrario di quelle tedesche. E tutto questo mentre dalla Germania arriva il 52 per cento delle nostre importazioni di carne di maiale.

I diecimila allevatori di Reggio Emilia, insieme con i diecimila imprenditori del Brennero hanno quindi chiesto l’etichettatura obbligatoria dell’origine degli alimenti, con una presa di posizione chiara del Governo italiano per l’attuazione della legge nazionale per l’etichettatura obbligatoria degli alimenti, e della Commissione europea che entro il 13 dicembre deve decidere sulla “opportunità” in Europa dell’applicazione del regolamento sull’indicazione di origine (Reg 1169/2011/CE) che è fermo dal 2011”.


LE RICHIESTE DI COLDIRETTI

  • Il ministero della Salute renda pubbliche le aziende importatrici
  • Nei centri di stagionatura dei prosciutti le cosce importate vengano lavorate in stabilimenti separati perché all’uscita non diventino tutti salumi italiani
  • Attuare la legge nazionale e comunitaria che prevede l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei maiali
  • Rendere operativa la legge che vieta pratiche di commercio sleale, tali da permettere di pagare agli allevatori meno di quanto essi spendono per produrre.
  • Bloccare ogni finanziamento pubblico ad imprese dell’industria alimentare che danneggiano la competitività nazionale

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