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Sinistre periferie

Ripubblichiamo tratti da Il Giornale due contributi sul tema della costruzione edilizia e della progettazione urbanistica avvenuta un po’ in tutte le città italiane. Si tratta di una problematica emersa dalla cronaca di questi giorni relativa ai fatti avvenuti nella degradata periferia romana. 
In misura diversa, non tanto minore, la questione delle brutte e invivibili periferie riguarda anche le piccole città. A Modena inoltre c’è addirittura un’aggravante, oltre ad aver costruito quartieri periferici in cui non è possibile essere felici, si è provveduto con particolare accanimento ad un imbruttimento e desertificazione del centro storico. Augurando buona pace al sig. Sitta è ora di tornare indietro. 

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di Luigi Mascheroni
Il problema è sempre a monte . O in periferia. Ma la causa di tutto resta al centro. E il centro del problema è che, se è vero che dietro gli episodi di rivolta e violenza nelle periferie di Roma o Milano c’è il disagio di un grande numero di persone economicamente sofferenti costrette a sopravvivere in un’area ristretta e isolata rispetto al resto della città, terreno di coltura per prostituzione, droga e degrado, con in più magari l’onere di urbanizzazione di un centro di accoglienza per immigrati, è altrettanto vero che queste anti-città, cimiteri di cemento&graffiti per vivi, qualcuno le ha pur volute, progettate e costruite.

Dietro l’aggressività e il malessere delle nostre periferie c’è – oltre la speculazione edilizia e l’affarismo che non hanno colore politico – la bruttezza e il disagio di territori deboli dal punto di vista architettonico e urbanistico. Questo lo sappiamo tutti. Ma dietro la mala urbanistica, chi c’è? Questo non ce lo chiediamo mai. Chiunque intuisce che gli alveari umani in formato casermoni producono deserto sociale e giungle criminali. Ma nessuno si chiede chi siano gli autori di quei lager abitativi nelle periferie metropolitane che tutti giustamente deplorano.

La distanza tra centro e periferia è inversamente proporzionale a quella tra incuria fisica e degrado morale. Immensa la prima, minima la seconda.

I quartieri caratterizzati dall’edilizia economica e popolare, realizzati soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta, senza più alcun legame organico con la tradizionale idea di città, hanno generato, sorta di figliastri illegittimi e abusivi, l’aggressività, la microcriminalità, i conflitti sociali. Senza ipocrisie, gli stessi intellettuali che condannano le periferie-ghetto, oggi dovrebbero chiamare in giudizio i loro padri.

Chi ha pianificato e realizzato il Corviale di Roma e lo Zen a Palermo? Rozzano a Milano o le Vele di Scampia, a Napoli? San Paolo, a Bari o le Vallette e Falchera a Torino, o il Biscione a Genova? E ogni città italiana potrebbe citare il proprio quartiere periferico nato con le più eleganti intenzioni architettoniche e sprofondato nella invivibilità nel migliore dei casi, nell’abbruttimento sociale nel peggiore. Dovevano essere nuove mirabili comunità umane, sono spaventose decrepite gabbie-dormitorio. Le hanno progettate Vittorio Gregotti (lo Zen), Mario Fiorentino (Corviale), Franz Di Salvo (le Vele), e poi – a Tor Sapienza a Roma, a Genova, a Bologna, a Torino, a Terni, a Le Piagge a Firenze – architetti, urbanisti e progettisti che quando non erano comunisti ispirati a modelli sovietici erano «modernisti» progressisti, organici o vicini ai partiti della sinistra, comunque nominati dalle giunte amiche. L’egemonia culturale, in Italia, è passata anche dai Piani regolatori.

Gli edifici avevano disegni creativi, ma l’ideologia che li cementava era fortemente orientata. Una ideologia-visione deviante, al di fuori della tradizione italiana. E i risultati – con l’aiuto di palazzinari senza scrupoli e l’abusivismo democristiano, che completarono il disastro – sono i quartieri degradati che oggi tristemente conosciamo.

Peggio dei sindaci più interessanti a pedonalizzare il centro storico che a umanizzare le periferie, ci sono solo gli architetti che hanno creduto all’utopia «comunitaria». Per loro un attico in via del Tritone, a tutti gli altri loculi e ballatoi comunitari.

Già dieci anni fa, da sinistra (!), l’archistar Massimiliano Fuksas sferrò un attacco micidiale alle «soluzioni militari» adottate per le periferie italiane «tutte nate nell’ambito della cultura di sinistra». Le periferie, dal Corviale di Roma allo Zen a Palermo – disse – sono figlie della stessa utopia: dare un ordine al mondo, trovare un modello per il mondo. Ma nessuno di quei modelli ha mai funzionato. «L’errore era nell’idea di partenza: aggregare artificiosamente persone estranee tra loro che spesso non si amano nemmeno e finiscono, tutti insieme, per odiare te che li hai deportati in quel luogo estraneo e rigido». E oggi – che di quell’utopia restano le macerie, e non solo metaforiche – arrivano a disprezzare anche gli ultimi arrivati, nuovi deportati – neri, slavi e arabi – nel ghetto dei reclusi bianchi. Un anno fa, Paolo Portoghesi, geoarchitetto della decrescita, sentenziò in una famosa intervista: «La sinistra ha tradito l’urbanistica». Demolendo un’utopia marcia fin dalle fondamenta.

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di Bruno Giurato

Buttafuoco: ecomostri? Colpa della sinistra

C’è una ragione precisa ben oltre l’emergenza sociale se in posti come Tor Sapienza succede quel che succede. A riguardo lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco ha idee ben chiare. “Di certi fenomeni ci accorgiamo solo quando esplodono” dice Buttafuoco al Giornale, “ma sono manifestazioni di un disagio antico. Le periferie nelle città italiane mi fanno venire in mente gli esperimenti dell’ etologo Konrad Lorenz. I grandi recinti in cui venivano collocate le cavie, che a forza di stare ammassate esplodevano in comportamenti aggressivi le une verso le altre”.

E chi sarebbe l’autore dell’esperimento sociale i cui risultati vediamo all’opera in questi giorni?

L’ideologia della sinistra collettivista. L’ossessione totalitaria di creare ghetti pulviscolari cui destinare sacche di popolazione da indottrinare, eventualmente, dopo. Non a caso Tor Sapienza è un quartiere di tradizione comunista, uno dei posti chiave della mobilitazione di sinistra. Il mito architettonico della città ideale si è incarnato in palazzoni e colate di cemento. Luoghi dove la gente vive come se si trovasse infilata in scaffali.

Quindi la bruttezza e il gigantismo soffocante  hanno una matrice di sinistra…

Chi c’era negli anni 60 ricorderà i cataloghi delle edizioni Einaudi, con tutti questi titoli di urbanistica “illuminata”. Negli 60- 70 l’anonimo consigliere comunale nello sperduto paese d’Italia, nell’affidare il progetto di un nuovo quartiere, o di un nuovo edificio, si rivolgeva al partito, che forniva i professionisti di riferimento. Gente che era vissuta nell’apnea dell’ossessione totalitaria. Le periferie derivate da questa congiura di cervelloni non erano altro che baraccopoli di cemento.

Vengono in mente tanti progetti faraonici rivelatisi poi non-luoghi di tristezza e degrado, come Le Vele di Scampia. Appena uno ci finisce sotto gli vien voglia di cercarsi una dose di crack, per non pensare all’atmosfera…

O Lo zen a Palermo. O il quartiere Librino di Catania. Erano molto meglio le città operaie costruite dai Borboni. Ma c’è un esempio ancora più eclatante..

Quale?

Scicli. Un paese che è un trionfo della “maraviglia” barocca, location dei film più importanti e di Montalbano, patrimonio Unesco. Nella piazza di questo gioiello, tra la cattedrale e un palazzo in stile liberty, negli anni 60 è stato costruito uno degli obbrobri più assurdi che derivano da questa vulgata marxista. La scuola Micciché- Lipparini, ispirata a Niemeyer, edificata demolendo un antico collegio dei Gesuiti.

Se la situazione è questa, che fare? Ci crede alla teoria del “rammendo delle periferie” di Renzo Piano?

Altro che rammendo, come dice il mio amico ingegnere Michele Fronterrè:”Ci vonnu i bumma!” Ci vogliono le bombe!

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