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Stipendi d’oro ai trombati: c'”Hera” una volta il Pd

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Ripubblichiamo un articolo di Paolo Bracalini Mariateresa Conti che tratta delle Hera la multi utility partecipata da quasi tutti i comuni in Emilia. 

C’«Hera» il Pd, gli altri contano zero. Un colosso nel cuore della rossa Emilia Romagna, una super-partecipata degli enti locali (tutti Pd) da Bologna a Ferrara, da Ravenna a Modena e altri 261 comuni (al 99% centrosinistra), non poteva che essere così.

Ed ecco, dunque, che ai rinnovati vertici di Hera, multiutility di acqua, gas, luce, smaltimento rifiuti, si ritrova mezzo Pd locale, con un occhio di riguardo ai «trombati», a cui il partito non fa mai mancare un contentino. E chiamalo contentino: in media 75mila euro, per qualche seduta di Cda al mese. Il lavoro che spetta, ad esempio, al consigliere fresco di nomina Danilo Manfredi. Curriculum normalissimo da avvocato di 45 anni, ma con un’esperienza in più: Manfredi è del Pd, ed è stato appena sconfitto nella corsa alla segreteria provinciale a Ravenna. Niente segreteria Pd, ma un posto nel Cda di Hera Spa, come cadeau del partito. E in quel Cda troviamo altri piddini. Come Riccardo Illy, ex presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. O Giorgia Gagliardi, anche lei come «consigliere indipendente» ma appartenenza strettamente Pd: ex consigliere comunale, ex consigliere provinciale e vicesindaco. In più, e non guasta affatto, anzi, ha lavorato in una grossa coop, la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna. Curriculum politicamente perfetto. E a chi chiede invece se le competenze siano sufficienti, il sindaco (Pd) di Cesena, Paolo Lucchi, risponde così: «Ha il curriculum di una persona assolutamente qualificata, è un avvocato molto bravo…». Anche se avvocato, la piddina Gagliardi, non lo è. Ma pazienza. Piddino anche Forte Clò, anche lui consigliere, ex sindaco Pci e poi assessore Ds alla Provincia di Bologna. E c’è pure Tiziana Primori, top manager di Coop Adriatica e vicepresidente di Eataly del renziano Farinetti. Una fede, quella Pd, che pare indispensabile per entrare in Hera, altre 250 poltrone di vertice. Tutte di nomina politica? Un leggerissimo dubbio viene.

Ma gli stipendi dei consiglieri semplici impallidiscono di fronte a quelli del presidente Tomaso Tommasi di Vignano (già amministratore di Telecom ai tempi dell’operazione Telekom Serbia) e dell’amministratore delegato Stefano Venier: più di 450mila euro. Un record nelle partecipate locali italiane. Quando si è chiesto un taglio netto dei superstipendi, l’assemblea dei sindaci (cioè il Pd) ha fatto muro. Come dire, i compagni si vedono nel momento del bisogno. E, magicamente, spuntano amici anche quando si guardano le società che lavorano per la Hera. Come la Protex, a cui si appoggia per lo smaltimento radioattivo. Tra i proprietari della Protex c’è anche un signore che si chiama Vittorio Prodi. Fratello dell’ex premier, Vittorio Prodi è anche stato presidente della Provincia di Bologna e eurodeputato Pd.

Ma almeno Hera, multiutility del Pd, va bene? In un regime di monopolio (l’Antitrust l’ha multata per abuso di posizione dominante: 1,9 milioni di sanzione) è più semplice non andare in rosso, e infatti Hera chiude i bilanci in positivo. Con un però. L’indebitamento, cresciuto in modo esponenziale: nel 2002 era di 140 milioni, nell’ultimo bilancio vale 2,5 miliardi. Ma perché? Il capogruppo Fi a Ravenna, Alberto Ancarani, ha una sua teoria: «Hera è il bancomat dei comuni del Pd: le vendono le reti, le consegnano il monopolio di rifiuti e acqua, e in compenso Hera gli stacca i dividendi annuali. Poi attraverso le bollette dei consumatori, che nel mercato monopolista non possono ovviamente scegliere altro, produce utili annuali pur aumentando l’indebitamento». Fosse così sarebbe un favore da veri amici. Anzi, compagni.

 

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