Io non sono Charlie

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Ripubblichiamo l’ottimo fondo di Cesare Leonelli direttore di Prima Pagina Mo, l’unico giornale quotidino che abbiamo in città a non occuparsi di sola cronaca.

Che adesso è facile, scontato, retorico ripetere con orgoglio ‘Io sono Charlie’. Che a dirlo sono gli stessi giornalisti (non tutti ovviamente) che fino all’altro ieri guardavano a quel tipo di rivista satirica con occhi sprezzanti e ai colleghi che interpretavano il mestiere in quel modo controcorrente con schifo malcelato. Ora, dopo la strage, improvvisamente si autoproclamano eroi della libertà di espressione, difensori fino alle estreme conseguenze del diritto di critica. Puristi e leccapiedi, ‘moderati’ in maniche di camicia e sguardo fiero si scoprono orgogliosamente contro. Fermamente coraggiosi.

No. Non siamo tutti Charlie Hebdo. Io non sono Charlie. Lo sono stati Stéphane Charbonnier e i suoi collaboratori. Loro sì. Sono loro ad avere avuto il coraggio di non cedere alle minacce già ricevute e a pagare il prezzo più alto per difendere la loro libertà, le loro idee dissacranti e politicamente scorrette. Sono stati loro ad avere avuto la forza di deridere la religione (non solo quella islamica, ma soprattutto quella islamica) e le paure bigotte ad essa collegate. Sono loro, e soltanto loro, a non esserci più, ad essere stati barbaramente assassinati e a lasciare famiglie e amici.

Non basta un post su facebook, un cartoncino alzato o uno slogan su una spilla per essere ‘Charlie’. Troppo facile. Troppo ipocrita. Perchè quando si scende in piazza in migliaia la paura non c’è e non costa nulla mostrarsi solidali e coraggiosi. Ma il senso di appartenenza a una comunità ferita, oggi apparentemente così forte, dura lo spazio di una giornata, di una lacrima, di un funerale. Poi ognuno nelle proprie case, nei propri luoghi di lavoro, nelle proprie vite. Felice di salvare se stesso, in silenzio. Che è andata bene.
Eppure l’orrore di Parigi dovrebbe rappresentare un marchio indelebile, restare per sempre, soprattutto negli occhi di chi fa il mestiere del giornalista. Di chi, tra dubbi, meschinità, derive personali e tentativi di riscatto, prova – coi mezzi che ha – a raccontare la realtà. Piccola o grande che sia.

Il senso di appartenenza a una presunta ‘categoria’ professionale non c’entra nulla. Quei due uomini armati di kalashnikov, indipendentemente dalla mente che li ha diretti, dall’ideologia o dalla religione malata che li ha mossi, rappresentano il materializzarsi del male assoluto. Diabolico. Del buio invasato e criminale che annienta l’intelligenza  e la fantasia di chi cercava di offrire una visione altra della realtà. Un’altra luce.
Ma quel male assoluto non fa paura. Solo rabbia. Tanta. E frustrazione. Che viene voglia di pubblicare mille vignette provocatorie, antireligiose, offensive. Per esagerare, per dimostrare che, sarà banale, ma le idee (anche quelle più radicali) sono più forti dei fucili da guerra. Per vomitare addosso alla follia religiosa. A quegli assassini che gridavano «Allah è grande».
Perchè no.

Non abbiamo il diritto di definirci ‘Charlie’. Ma possiamo sognare di essere un giorno, prima di morire, vagamente alla sua altezza.

Giuseppe Leonelli

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