Fondazione Cassa di Risparmio di Modena bene comune da restituire alla comunità modenese

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Siamo ormai entrati nel clima molto caldo delle nomine nella Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e la polemica si accende. In un’epoca di scarsità di risorse sono in tanti quelli che ambiscono a mettere le mani sul salvadanaio della città, a partire dal sindaco. Per gli aspiranti candidati l’eventuale nomina rappresenta una sicura rendita di posizione per cinque anni (o dieci in caso di rinnovo) che assicura potere, prestigio e un buon compenso (forse anche più che buono vista la pervicace spudoratezza e ritrosia degli attuali consiglieri a rivelarne l’importo, quasi fosse un segreto di stato).

Uno che non fa sconti sull’argomento è l’intransigente di sinistra Roberto Vezzelli, ex presidente Legacoop che per il suo ruolo ha per anni partecipato alle cose (nomine) di cui oggi denuncia i criteri spartitori. Certo, viene da dire, avrebbe potuto lagnarsi prima, comunque meglio tardi che mai.


Visto che le nefandezze continuano a compiersi nel rispetto formale delle regole, Vezzelli chiede “modifiche strutturali dei regolamenti e dei modelli decisionali ed elettivi improntate a trasparenza e controllabilità……” E, giustamente, si rivolge alla comunità che “dovrebbe richiederle in quanto si tratta di risorse della comunità non di gruppi ristretti autoreferenziali”.

Concordo con lui. E’ proprio questo il punto cruciale. Se la Fondazione è della comunità modenese è inaccettabile che siano la politica (Comuni e Provincia) e qualche “ente privato” (Camera di Commercio, Università, Curia, Associazionismo) a governarla, determinando le nomine. Quale legittimazione hanno questi pochi enti per rappresentare un’intera comunità e per garantire il perseguimento degli scopi statutari “di utilità e solidarietà sociale e di promozione dello sviluppo economico, sociale, culturale, scientifico, umano, etico e civile”?

Credo proprio nessuna. La Fondazione rappresenta il frutto del risparmio della comunità modenese da investire sul territorio, è uno specifico bene condiviso da una specifica comunità, un BENE COMUNE (“common”, non pubblico, non statale) e spetta alla comunità collettivamente prendersene cura. Il sociologo Carlo Donolo definisce BENI COMUNI non tanto “cose” che possediamo in proprietà comune, quanto quegli aspetti che debbono essere condivisi, perché da essi dipende la qualità dello stesso legame sociale.

Se la FDCRMo è un BENE COMUNE i problemi che la sua gestione solleva richiedono profonde modifiche dei regolamenti. E’ in questa visione che mi trovo perfettamente in sintonia con le richieste di Vezzelli. Occorre far sì che a decidere nei momenti decisionali strategici e sulle questioni cruciali sia l’intera comunità modenese.

Cambiare nell’immediato è impossibile, ma il mandato per coloro che pur con le regole vecchie, spartitorie e poco trasparenti, verranno nominati nei consigli della FCDRMo dovrebbe essere quello di modificare statuto e regolamento in modo da restituirla ai legittimi proprietari, i cittadini modenesi.

Giuseppe Pellacani

Consigliere di Forza Italia nel comune di Modena