Un manichino senza storia. Solo la spesa è storica. A Faenza ne hanno fatto senza.

cavallo di paladino

La mostra è un manichino senza storia. Solo la spesa è storica. A Faenza ne hanno fatto senza.

In visita per la seconda volta alla mostra di Bottura, Mazzoli e Muzzarelli.

Tanto tuonò che piovve. Cominciò così. Eravamo all’inizio dell’estate. L’attesa era per le attività di spettacolo all’aperto. Per le serate ai Giardini Ducali, per i concerti in piazza e le mostre estive. Il tutto da concludere con un grande evento: tre giorni consecutivi di sagra cultural filosofica. Accade però qualcosa di nuovo. In città si comincia a rumoreggiare di una mostra di livello planetario, capace di attrarre turisti da tutto il mondo. Ha un titolo: “Il manichino della storia”. Ideata dal cuoco Massimo Bottura e dal gallerista Emilio Mazzoli.

Il sindaco Gian Carlo Muzzarelli, si diceva, vuole dar prova di cambiamento. Nessuno pensava che potesse avvenire nel settore della cultura. Poi, come in un crescendo rossiniano, le voci diventarono realtà. Arrivarono le prime critiche. Chi fiutava l’aria, capì, odorando il vento infido, che eravamo all’inizio di un temporale estivo. La polemica è andata avanti per tutta l’estate: interrogazioni, articoli sui giornali, commenti indignati e difese d’ufficio. All’esperienza montanara del sindaco è mancata la furbizia contadina. Una gaffe dopo l’altra. Muzzarelli ha seminato, ma non ha messo in essere quelle sottili reti protettive capaci di far entrare il sole e proteggere il raccolto. Così, con la prima grandine, i frutti di quegli annunci hanno cominciato ad ammaccarsi. Sbagliata la semina. Incauto il trattamento. Una specie di “bèga süchèra” si è messa a girare negli ambienti della politica locale, dell’informazione, e degli artisti.

Così, dopo mesi di fulmini e saette è arrivato il tempo del primo raccolto. Avrebbe dovuto essere accompagnato da un generale consenso con espressioni di incanto e meraviglia. Così non è stato. La mostra tanto attesa, quasi invocata con riti tribali, non ha sconvolto Modena e tantomeno l’Italia. Si sarebbero dovuti riempire gli alberghi con la città invasa da turisti provenienti in massa da tutto il mondo con centinaia di pullman. Niente. L’esposizione ha cominciato a prendere forma nell’indifferenza generale. Per primo è arrivato il cavallo con il suo cavaliere, Paladino.

Si è subito capito che le cose non andavano bene. E’ un cavallo identico a un altro che per due anni è stato esposto a Faenza. Non nel 1250 a.c.; non si trattava di quello che usarono i Greci per espugnare la città di Troia, che aveva una gran pancia. No, no, è stato esposto in epoca recentissima dal 25 maggio al 7 ottobre 2012 ad opera di Mimmo Paladino. Un cavallo alto e magro come quello del Mata. A Faenza appena l’hanno visto si sono chiesti se si trattava di un omaggio dell’artista alla città. Niente affatto. E’ tutt’ora di proprietà dell’artista. Prima di portarlo a Faenza lo avevano fatto galoppare a Ravenna in occasione di una mostra del 2005 intitolata, con geniale fantasia: “Mimmo Paladino in scena”. Da allora, nessun acquirente si è fatto avanti con 200mila euro. Così l’autore decise di lasciarlo a Faenza nella speranza che la città si abituasse all’animale e ne richiedesse l’acquisto. Restituito. L’opera si innalza a circa 4 metri da terra, ha un basamento in bronzo e gambe da stambecco. Come quella al Mata. Paladino ha dichiarato che il cavallo all’ex manifattura è a casa sua. Come dire … speriamo che ci resti e che paghino.


Finita la festa filosofica, cavallo a parte, vedremo se la mostra raggiungerà i 200mila visitatori a cui ha fatto riferimento Philippe Daverio per poterla definire un successo. Ai quattro monopolisti delle attività culturali modenesi: Bottura, Mazzoli, Miana e Panini, che hanno amministrato un 1milione500mila euro di soldi nostri, suggerisco di comprare migliaia di biglietti e garantirsi, sventolando una grande affluenza, l’incarico per il prossimo anno. Ridurrebbero gli incassi del 2015, ma si garantirebbero quelli del 2016. La mostra ha alcune opere belle, altre meno, altre ancora (come quella del modenese Franco Vaccari), hanno perso l’interesse che suscitarono negli anni ’80. Un bel quadro di Peter Halley non basta a dare l’idea di quanto possa essere suggestivo l’astrattismo quando è espresso a buon livello. Così è per tutto il resto. Manca una costruzione scientifica. Un filo condutture. E’ una esposizione caotica di linguaggi. Questo è un po’ il problema di tutte le mostre collettive. Vanno bene per le case d’asta e per i negozi di modernariato: non tutto ma di tutto.

Del curatore non ce n’era nessun bisogno. Bastava che Mazzoli fornisse l’elenco delle opere che ha venduto e le riproduzioni. La curatela era già fatta. Altro che 60mila euro con conto al bar, ristorante, albergo e aerei pagati. Tutto questo non gli è stato dato per ospitalità ma per soggezione. C’è in questo mettere tutto a disposizione un atteggiamento servile, di sottomissione e di provincialismo. L’istituzione, chiunque la rappresenti, e la cultura, dovrebbero incontrarsi alla pari. Non mi piace un sindaco che si umilia di fronte alla cultura. Di essa ho gran rispetto, ma l’istituzione non s’inchina. E’ l’identità di un popolo: la sua volontà e la sua storia.

Tornando alla mostra, nessun curatore sarebbe riuscito ad allestirla peggio. Chiunque, considerando la ristrettezza dello spazio, avrebbe esposto la metà delle opere. Questo però avrebbe scontentato la metà dei proprietari. La pittura è un’arte che si fa per vendersi e ha bisogno di un compratore. Quando si trova, è consigliabile esporgli le opere e valorizzargli l’acquisto. Meglio che i visitatori non vengano da Londra, Parigi o New York. Potrebbero chiederci i danni. Perché un conto è (anche in termini di spesa), partire da Casalecchio, ma venire a Modena dal resto del mondo, con le mostre che offrono le grandi capitali, può fare arrabbiare i visitatori con il rischio che ci prendano a sassate. Muzzarelli e suoi interessati fedeli, per decidere questa esposizione, si sono incontrati all’Osteria Francescana. Forse per gli aromi dall’ambiente, il sindaco non si è accorto che di un moscerino hanno fatto un elefante.

Adriano Primo Baldi