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Facciamo il presepe

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Nei miei ricordi d’infanzia il presepe occupa uno spazio particolare, un momento magico di contatto e gioco con mio padre, un’attività profondamente bella in cui lui ed io, per la verità più lui, costruivamo questo grande presepe. La carta blu per fare il cielo, la stagnola per fiumi e improbabili laghetti, il muschio. Poi la scatola che conteneva le statuine del presepe. Non rinuncerò mai a questo ricordo.
Quest’anno dopo i tremendi fatti di Parigi, dopo un’altra prova della ferocia dell’integralismo islamico che ha dichiarato guerra alla nostra civiltà cristiana e occidentale, il presepe assume un significato simbolico straordinario.
Negli ultimi anni è stato sfrattato dalle scuole, insieme al crocifisso, da insegnati ignoranti e meschini, più impegnati a far danni tramite un multiculturalismo fallimentare che non ad insegnare.
La guerra dichiarata in nome di Allah da una punta armata – non di terroristi – ma di soldati, di militanti dell’islam, una religione ideologica perversa, contro le nostre abitudini di occidentali, di europei, di cristiani, contro le nostre libertà che loro non riescono nemmeno a concepire, deve farci prendere una decisione importante: quest’anno facciamo il presepe.
Per chi ha avuto la fortuna di avere una educazione cristiana sarà un emozionante ritorno all’infanzia, a quella magia del contatto e gioco con il padre.
Per chi è stato allevato a falce e martello, ma che in ogni caso non può negare di avere come tutti radici cristiane, sarà la scoperta di un mondo semplice, senza tante sovrastrutture snob.
Per tutti sarà l’affermazione della propria identità cristiana, credenti o atei poco importa, per difenderci in una guerra di civiltà che è stata scatenata contro il nostro modo di vivere, la nostra musica, la nostra cultura, la nostra bellezza.
Facciamo il presepe nella nostra casa, nel condominio, nelle strade, pretendiamo che torni nelle scuole, nelle strade, nelle piazze della nostra città.
Usciamo con i nostri figli, con i nostri nipoti e copriamo qualche statuina del presepe, recuperiamo la scatola che abbiamo portato in solaio.
Non è una questione religiosa, che io considero intima e personalissima, è una questione di identità. Non possiamo come vorrebbero alcuni buonisti meschini vergognarci delle nostre tradizioni. E’ guerra e la combattiamo con ogni mezzo.

 


Gabriele Morelli

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Social media Manager at GMComunicazione
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