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Muzzarelli da Fanano alle prese con …

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“La speranza c’è ma non per noi”.
di Adriano Primo Baldi

Il sindaco non c’è abituato. Sta scoprendo la città. Quella raccontata da Giorgio Gaber e Sandro Luporini nella canzone Com’è Bella la Città. In una specie di delirante esaltazione per Hollywood, per Vittorio Sgarbi, Christian Bale e Michael Mann, si è abbandonato a dichiarazioni da provincialotto. A Roma le riprese di un film sono cosa normale, a Milano pure, e così da molte parti. La gente passa, guarda e tira dritto. Non è più come un tempo quando nelle montagne guardavano incuriositi i cittadini della pianura. Oggi ciò che succede in un luogo per un altro è di norma. Muzzarelli con l’annunciato film su Enzo Ferrari ha perso la testa. Poi ha dichiarato: “Saranno quasi sei mesi di riprese e trasformeranno la nostra città. Dobbiamo essere orgogliosi di questo e sfruttare questa possibilità per promuoverci al meglio. Più di cento persone della produzione staranno stabilmente in città”. Sono una folla. Se non troveranno posto nei nostri alberghi, può organizzare una navetta con la colonia modenese di Pinarella.
Non tutti saranno orgogliosi dell’evento. Molti aspettano che Modena riesca a trasformarsi veramente; a risolvere, o solo a enfatizzare nello stesso modo, il problema dei cassintegrati, dei negozianti che chiudono, e altro ancora. Cento persone in città per sei mesi sono zero rispetto alle migliaia di persone che hanno perso il lavoro in tutti i campi. Cooperative comprese.

A Muzzarelli piace il cavallo, scultura di Mimmo Paladino che sembra la fotocopia di quello esposto a Ravenna dall’autore, e non tanto diverso da quello esposto in altre città. Lo può comprare con i suoi soldi e portare a casa sua. I nostri soldi li usi a far del bene. Il proprietario è agiato, non ne ha bisogno.
E’ un cavallo che ogni tanto sembra subire un intervento. A Modena gli hanno fatto un buco, dove l’artista ha inserito la trivella. Per il resto, come ho scritto ancora: stesso culo, stesse gambe, stessa altezza, stessa faccia ecc. Antonella Barozzi, già nel 2005 scrisse che Ravenna dopo due anni di esposizione ha rifiutato di comprarlo per 200mila euro. Così è stato per Faenza, e anche lì l’hanno sfoltito. Gira, e rigira, è arrivato a Modena.
Dicono che non è sempre quello esposto altrove e che se si guarda bene, una differenza c’è. In effetti, la differenza c’è ed è in alcune dichiarazioni recenti del gallerista Emilio Mazzoli, proprietario dell’animale. Meritano un articolo a parte. Non è nuovo a dichiarazioni amene, ma si sa che l’assassino ritorna sempre sul luogo del delitto. Un altro che perde il pelo e non il vizio è Richard Milazzo, curatore al MaTa della mostra Muzzarelli-Bottura-Mazzoli, nota ai modenesi, e a pochi altri, con il nome “Il manichino della storia”.


In internet circolano molte considerazioni colorate. Ne riporto due: Francesco Fantoni, tra equini se la intendono. Romano Nasi, il cavallo è incerto, ma l’asino c’è di sicuro.
Vittorio Sgarbi ha ricevuto nello studio televisivo del Policlinico di Modena un dono di Muzzarelli. Cosa vuole Muzzarelli da Sgarbi? Che parli bene delle sue strampalerie amministrative? Già l’ha fatto quando ha capito che qui ci sono molti soldi, che il sindaco investe in arte, e che le mostre e i curatori li decide lui. Tanto per salvare la faccia Sgarbi ha detto che la mostra al MaTa è costata troppo, ma guardando al futuro e all’euro (moneta) qualche velato elogio l’ha fatto. Ha però aggiunto che andava portata da altre parti. Con l’esborso di altri soldi. Naturalmente pensando a se stesso. Elogio non proprio disinteressato. Non è difficile da capire.
Muzzarelli non ha biasimato il collegamento televisivo di Sgarbi con Barbara D’Urso dicendo che l’ospedale è un luogo pubblico di cura dove i pazienti sono tutti uguali, e dove le passerelle esibizionistiche sono fuori luogo. Macché, anzi, quello che non ha fatto in questi mesi con chi è stato costretto a occupare la fabbrica per difendere il posto di lavoro, Muzzarelli lo ha fatto con Vittorio Sgarbi.
Come uno dei Re Magi, sicuramente il più anziano Melchiorre, è partito dal Municipio lasciando a casa gli altri due e, appoggiato alla ferula comunale, si è diretto alla capanna di via del Pozzo a ossequiare lo Sgarbi appena rinato al Policlinico. Aveva con sé oro, incenso e mirra: il tutto raccolto in un solo liquido balsamico di aceto comunale. Il dono (da noi pagato) sta a significare la duplice natura del ricevente: quella umana e quella divina. L’oro, è oro nero, e la mirra, che si usa nel culto dei morti, è perché Sgarbi è divino, ma anche uomo, e come tale, mortale. L’incenso si usa nelle cerimonie religiose, e questa lo è. Sgarbi, da degente in cardiologia, ha consentito alla vanità generale di mettere in mostra la propria stupidità. Così, gli avvoltoi dell’apparire, si sono gettati su una preda che non vedeva l’ora di farsi catturare. Non è vero che non c’è speranza: “La speranza c’è ma non per noi”.
Si trova scritto in un perentorio aforisma di Franz Kafka.

Adriano Primo Baldi


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