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di Adriano Primo Baldi

Scandalo sanità, anche quello di Cencetti è amore “Cosa penserebbe oggi Berlinguer della superiorità morale di questi compagni?”.

C’è chi parla come Stefano Cencetti, direttore generale della sanità Modenese: “Dobbiamo massacrarli sull’esecuzione dei lavori. Io faccio parte del sistema”; e c’è chi si fa incendiare la casa perché pretende il rispetto della legalità. In politica brava gente ce n’è: ma sempre meno. Al sindaco di Licata hanno incendiato la casa di campagna perché ha deciso di demolire quelle abusive. E’ un paese strano, questo. La fame, con il pronunciamento della Cassazione si può risolvere con il furto. (Non vorrei essere frainteso: chiunque non abbia da mangiare ha il diritto di essere sfamato da efficienti servizi sociali); il diritto alla casa si può risolvere occupandole. (Anche qui la politica dovrebbe assicurare un posto dove vivere a tutti i cittadini, e si potrebbe fare con una decente politica dell’abitazione); il furto e la rapina a domicilio da noi si possono risolvere processando il derubato e risarcendo il ladro se si fa male sul “lavoro …”. Qui tutti si arrangiano.




Gli appalti non si fanno, e per la legge si può essere in regola ugualmente. La specialità di fare appalti con bandi su misura degli amici che era di destra, è diventata di sinistra. A Modena l’attuale scandalo sanità, da non confondere con quello di pochi anni fa, ruota intorno all’”Appaltone”. Dalle intercettazioni emerge un quadro odioso e desolante: l’appaltone consisteva nella possibilità che aveva Stefano Cencetti di disporre di una somma da 128milioni di euro. Per la procedura potevano essere assegnati anche senza “regolare” appalto. (“Regolare” è un modo di dire, serve a salvare la faccia quando si compromette l’anima, e a dare l’illusione di equità). Per Cencetti, ma non è il solo, un amico è come nella vecchia pubblicità del formaggino Galbani: vuol dire fiducia. Pare però che i magistrati abbiano un’ idea diversa della fiducia, dell’amicizia e della legalità. Così, odorando il vento infido, si sono messi a indagare. A giudicare dalle intercettazioni è risultato vero il detto: “chi cerca trova”. Non hanno trovato in dolo questo o quel dirigente delle cooperative, no, no, hanno trovato in dolo tutto un “sistema. Non hanno nemmeno fatto una gran fatica a capire che si trattava di un “sistema”: lo ha dichiarato lo stesso Cencetti che, furibondo per il suo trasferimento a Piacenza (trasferimento avvenuto con regolare concorso truccato) si indignava al telefono non dei 550mila euro che gli garantivano nel nuovo incarico, ma dall’essere trasferito. Un trasferimento d’opportunità. Forse qualcuno sapeva dell’indagine. Meglio allontanare la paglia dal fuoco. Parlando con una sindacalista della Cgil Cencetti si è espresso in modo risentito dicendo che qui ci sono politici senza palle. Si rifiutava di credere che tra lui e il sistema di cui fa parte qualcosa si fosse incrinato. Ma il “nemico” lo stava ascoltando. E’ grave errore litigare tra potenti.

Il mio amico Edgardo Abbozzo (grande pittore e scultore) diceva che: “Quando due elefanti litigano tutta l’erba intorno è calpestata”. Sono finiti nei guai assieme a lui i compagni che facevano merenda sull’erba verde nella jungla degli appalti. Si tratta di potenti cooperative: Ccc, Coopservice, Acea costruzioni, Manutencoop, Cpl e altre ancora che, a catena, portano con sé una lunga fila di cooperative minori del comparto edile. Cooperative abituate da sempre a lavorare in un mercato protetto. Protetto non dal “Signore”, quello del cielo, ma da “affinità elettive” che combaciano da sempre con la politica e i suoi uomini sparsi nella dirigenza pubblica. Si tratta di “affinità elettive” che poco hanno a che fare con il romanzo di Johann Wolfgang von Goethe; ma ripensandoci, e a ben vedere, qualcosa in comune ce l’hanno. Anche negli appalti di Cencetti c’entra l’amore, con la differenza che in ballo ci sono ben altri sentimenti da quelli di Edoardo e Carlotta del famoso romanzo.

C’è l’amore per i soldi; c’è l’amore per il potere, e c’è la convinzione di farla franca, sempre; ci sono amorosi sensi che si intersecano e diventano vere “affinità elettive” con il potere degli eletti, degli amministratori votati dal popolo, e a cui spesso si allineano alti dirigenti e funzionari in virtù dei comuni “ideali” del partito Pd. Nell’opera: “Le allegre comari di Windsor”, scritta da Shakespeare alla fine del XVI secolo, l’autore sintetizza in poche parole un malcostume al quale a distanza di secoli rimane di immutata attualità: “Quando moneta precede, il resto procede …”. A Modena qualche magistrato provò a guardare dentro al “sistema”, ma con scarso successo. Se è vero che nella Napoli di Totò nessuno è fesso, qui le ciambelle le hanno sempre fatte col buco. Sarebbe interessante sentire oggi il parere di Enrico Berlinguer sulla superiorità morale di questi compagni. A Modena, per ora, c’è lo scandalo sanità. Il futuro non lo sa nessuno e il passato si impara sempre dopo, ma girando per la sinistra italiana c’è un quadro particolare che nessuno in altri tempi sarebbe mai riuscito a concepire: a Roma “mafia capitale”; a Venezia il Mose; a Lodi il sindaco in galera; in Sardegna tre anni di carcere al segretario regionale Pd Renato Soru (si è sospeso dal partito ma non da parlamentare europeo, e con la demenziale riforma Renzi del Senato, Soru sarebbe senatore con relativa immunità parlamentare); in Campania è indagato il presidente regionale del Pd per concorso esterno in associazione mafiosa; a Siracusa il consigliere comunale Pd, Antonio Bonafede, è stato arrestato mentre stava per imbarcarsi sul traghetto diretto a Malta con circa 20 chilogrammi di droga. Poi segue una fila di altri indagati e rinviati a giudizio più lunga della muraglia cinese.

Adriano Primo Baldi




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