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AL FESTIVAL DELLA FILOSOFIA DI MODENA 200 INIZIATIVE IN TRE GIORNI: UNA INDIGESTIONE DI SAPERI CHE ANNULLA I SAPORI
di Adriano Primo Baldi

Il festival della filosofia di Modena, come tutti quelli che si svolgono ormai in ogni dove, non è uno strumento per la formazione culturale di chi lo frequenta. Intendendo per formazione culturale un rigoroso studio organizzato. Certamente il festival non nuoce. Anzi, aiuta. Ma caricarlo di tutto il peso miracolistico di cui sento parlare è fuorviante. Concordo con quanto detto su questo giornale da Giuseppe Pellacani relativamente ai costi e al diverso tipo di impegno che con la stessa cifra si potrebbe realizzare, sempre nell’ambito delle iniziative culturali, nel corso di tutto l’anno. Tre giorni sono un tempo limitato per parlare della creazione di uomini “colti”. La formazione culturale richiede tutt’altro: pace, serenità, silenzio, concentrazione. Questa è una festa. Una festa che ha per tema la filosofia. Una festa dove uno che parla bene trasmette il piacere di ascoltarlo.

A chi non possiede strumenti di decodificazioni delle lectio magistralis, e dato il livello professionale dei relatori, certamente di primo piano, alla maggioranza degli ascoltatori, rimane assai poco. La formazione culturale richiede sacrificio e studio organizzato. La festa, no. La festa corrisponde al bisogno di socializzazione, di stare insieme vicini, di parlarsi in allegria, di brindare, di pranzare e di cenare in modo conviviale. Il “menu filosofico” che ho visto pubblicato non è diverso da quello rurale che spesso consumo con gli amici. Il rischio è che la festa finisca per diventare, e anzi è già su questa strada, un carrozzone che spazia dalla filosofia alle mostre alla musica e a tanto altro. Gli stessi relatori si spostano accompagnati dall’orario di Trenitalia. Si tratta d’una categoria di intellettuali che Luigi Mascheroni chiama “i Grandi Cerimonieri del sapere”. Sono dei Guro della piazza, quelli della Grande mostra, del Grande evento, del Grande tutto, e sempre con la compiacenza dei media, che definiscono ogni relatore e ogni iniziativa di “fama nazionale e internazionale”.

Lo spettacolo che si accompagna a questi festival è andato in scena ormai tante volte. Si replica nelle città e nei paesi vicini, dove tutti fanno a gara a sparare il più alto numero di presenze legando ad esse ogni conforto di successo e di qualità. La moda del sapere che tante figuracce ha fatto fare ai governi centrali e locali si è propagata come forma di spettacolo socializzante e festoso. Se andiamo a vedere la programmazione culturale delle città impegnate in questi festival, troviamo che vi è un abbassamento generale del livello qualitativo di tutto ciò che nel campo della cultura si svolge nei loro comuni tutto l’anno. Modena, nonostante le ripetute edizioni del festival, non fa eccezione e nonostante la spesa di oltre un milione l’anno per i tre giorni filosofici il livello qualitativo delle manifestazioni culturali nel resto dei mesi si è abbassato. C’è un’idea generalizzata di cultura che altro non è che una scorciatoia per la moltiplicazione di una miriade di iniziative livellate al basso e tese ad accontentare l’associazionismo e la sua pletora di organizzatori più o meno improvvisati. Si passa, infatti, da una tre giorni con Remo Bodei, Antonio De Simone, Zygmunt Bauman a una tre mesi dell’estate appena trascorsa con il Salotto Agazzotti e Modenamoremio.

Nel campo delle mostre, oggi, in Italia, assistiamo al recupero della pittura figurativa dopo oltre vent’anni, dove quasi tutti i direttori delle gallerie pubbliche, divenuti padroni delle gallerie stesse, nel senso che sono gli ideatori assoluti della programmazione, hanno prodotto gestioni personalistiche al di fuori di una rigorosa scelta qualitativa e di una pluralità dei linguaggi artistici. Spesso questi direttori nascondevano la scarsa qualità delle loro scelte dietro la modernità e l’avanguardia. In molti casi avevano completamente cancellato la pittura figurativa. Oggi si va verso un recupero della stessa. Gli operatori degli ultimi decenni non hanno capito, o non hanno voluto capire, che il linguaggio figurativo si era rinnovato e trasformato non meno di quello dei loro amici dediti alle performance e alle istallazioni.

Sono moltissime le mostre di avanguardie senza senso, che dirigenti di gallerie pubbliche, appartenenti a una ristretta catena d’interessi, non sempre artistici, hanno imposto a ignari e spesso incolti assessori alla cultura. Stanno affacciandosi nuovi gruppi di artisti che non cercano più di sorprendere con il classico colpo di teatro, ma che hanno ripreso quel lavoro d’impegno e riflessione che attraverso gli strumenti classici della pittura comunicano bellezza, poesia, armonia, estraniazione e suggestione estetica. Questo mi ricorda gli incontri milanesi degli anni ’70 quando frequentavo un gruppo di giovani pittori. Il nostro luogo di ritrovo era lo studio sotterraneo di Gianfranco Ferroni in via Bellezza. Non perché l’arte dovesse essere sotterranea come intendeva Duchamp, ma semplicemente perché lo studio “underground” di Ferroni era diventato un punto d’incontro di diversi artisti figurativi che costituivano una piccola “rete di resistenza” allo straripante potere dell’astratto e dell’informale. Assieme a Gianfranco Ferroni s’incontravano Bernerdino Luino, Giorgio Tonelli, Giuseppe Bartolini e Sandro Luporini: persone con solidissime basi culturali. Le visite allo studio di Giorgio Gaber, allora famoso anche se giovanissimo, rendevano le serate appassionanti per il confronto che spaziava dalla musica alla pittura al sociale. Le discussioni si protraevano fino a notte inoltrata con l’ausilio d’immancabili bottiglie di vino, e sigarette il cui fumo restava sospeso a mezz’aria nella stanza fino all’alba. Eravamo nell’immediato post sessantotto e Sandro Luporini, come un giovane Majakovskij, ci intratteneva con dissertazioni filosofico – esistenziali proiettandoci nel futuro della pittura, del teatro, della letteratura e … della vita. La formazione culturale avviene con percorsi diversi dalle feste filosofiche, e comunque non regge il peso di duecento iniziative in tre giorni. Aggiungo che il Comune non dovrebbe essere ospite di nessuna società partecipata, ma protagonista in prima persona.

Adriano Primo Baldi

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