Sensazionalismo insopportabile nei titoli della Gazzetta, un quotidiano da bocciofila

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Informazione sbagliata da parte del local giornaletto gastrofighetto.
Questo sensazionalismo nei titoli della Gazzetta, un quotidiano da bocciofila, è insopportabile.

A Modena quattromila donne vittime di violenza, scritto così è un falso.
Intanto il dato riguarda l’intera provincia, secondariamente il dato riguarda un rilevamento su 5 anni, dal 2011 al 2015
E’ fin troppo ovvio che scrivendo “A Modena quattromila donne vittime di violenza” si ottiene un effetto maggiore e si vendono tre copie in più del giornaletto.
Da questa informazione manipolata dobbiamo imparare a difenderci.
Nel corso dell’articolo il dato diventa quello di 3868 le donne che, dal 2011 al 2015, si sono recate nei pronti soccorsi dell’Azienda sanitaria locale della provincia di Modena, dopo una violenza subita.
C’è un altro punto da evidenziare. Fino a metà articolo si parla di violenza in generale, di violenza di genere lasciando nel vago l’interpretazione che si tratti o meno di violenza sessuale.
Ad un certo punto compare ” tra i dati raccolti dall’Osservatorio figurano, anche, i diciannove casi di violenza sessuale avvenuti nel 2015 e gestiti dal Policlinico.”
Questo è un cattivo modo di fare informazione, va detto chiaro e tondo.

Intendiamoci bene, la violenza, che sia violenza di genere o no, che sia attuata su una persona o mille è in ogni caso da combattere.

Io personalmente ho dei dubbi che per combattere la violenza siano utili certe associazioni rispetto alle quali il Comune ha sempre percorso una strada privilegiata per fare arrivare finanziamenti, ma questo è un altro discorso.
La violenza non deve fare parte della nostra società.
Vorrei però che ormai si affrontasse la questione riferendosi alla violenza nel suo complesso e non solo a quella di genere spesso, almeno in parte, strumentalizzata ideologicamente.
Non c’è soltanto la violenza sulle donne, ma c’è quelle sui bambini, c’è la violenza sugli anziani, c’è una violenza – e va detto – sugli uomini. C’è inoltre una violenza sugli animali.
Allora, meno titoli a sensazione per vendere tre copie in più e maggiore informazione sulla violenza che è dentro alla famiglia, dentro alla società, dentro al lavoro, dentro alla disoccupazione, dentro ad una qualità della vita che questo stato e queste istituzioni ci negano. .

La cosa assomiglia molto alla lotta alla povertà, più ci sono volontari, associazioni benefiche che se ne occupano, più ci sono supporti spiegano ai poveri quanto sia bella la decrescita e più i poveri aumentano. Il motivo ? I poveri sono utili a tanti.
In modo analogo, anche se soltanto fino ad un certo punto, il discorso vale per la violenza di genere. Più si costituiscono associazioni, ideologicamente schierate che pretendono di parlare a nome di tutte le donne e più la violenza sulle donne aumenta. Il motivo ? Uguale a quello dei poveri, la violenza di genere è utile a tanti. Soprattutto a certi salotti un po’ chic che passano il loro tempo tra un thè e un’autocoscienza.
Quando finalmente riusciremo a parlare di violenza alle persone e contro le persone, inizieremo a risolvere il problema.

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Non possiamo dunque non tenere conto, quando osserviamo il fenomeno del femminicidio, dell’altra faccia della medaglia: la condizione maschile, l’emancipazione psicologica dell’uomo, i pregiudizi legati al concetto di maschio e il tabù che riguarda la violenza femminile sul sesso opposto. Violenza che esiste – anche se raramente ha dinamiche omicidiarie – e che riguarda la psiche, il portafogli e perfino la sessualità. In Italia sono poche le indagini in questo senso. Una di queste – passata quasi inosservata – è stata effettuata nel 2012 da una equipe dell’Università di Siena su un campione di uomini tra i 18 e i 70 anni. La metodologia è la stessa utilizzata dall’Istat nel 2006, per la raccolta dei dati sulla violenza contro le donne e che ancora oggi vengono riportati con grande enfasi. Secondo l’indagine dell’Università di Siena, nel 2011 sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile configurata in: minaccia di esercitare violenza (63,1%); graffi, morsi, capelli strappati (60,05); lancio di oggetti (51,02); percosse con calci e pugni (58,1%). Molto inferiori (8,4%), a differenza della violenza esercitata sulle donne, gli atti che possono mettere a rischio l’incolumità personale e portare al decesso.

Una differenza rilevante questa, che in parte giustifica la maggiore attenzione al femminicidio. Nella voce «altre forme di violenza» dell’indagine (15,7%) compaiono tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte, spinte dalle scale. Come gli uomini anche le donne usano forme di violenza psicologica ed economica se pur con dinamiche diverse: critiche a causa di un impiego poco remunerato (50.8%); denigrazioni a causa della vita modesta consentita alla partner (50,2%); paragoni irridenti con persone che hanno guadagni migliori (38,2%); rifiuto di partecipare economicamente alla gestione familiare (48,2%); critiche per difetti fisici (29,3%). Insulti e umiliazione raggiungono una quota di intervistati del 75,4%; distruzione, danneggiamento di beni, minaccia (47,1%); minaccia di suicidio o di autolesionismo (32,4%), specialmente durante la cessazione della convivenza e in presenza di figli, spesso utilizzati in modo strumentale: minaccia di chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina (68,4%); minaccia di portare via i figli (58,2%); minaccia di ostacolare i contatti con i figli (59,4%); minaccia di impedire definitivamente ogni contatto con i figli (43,8%). Nulla di nuovo rispetto alle ricerche sulla violenza nell’ambito delle relazioni intime condotte in altri paesi, dove c’è una maggiore propensione a studiare il fenomeno tenendo conto di entrambi i sessi.

In una ricerca effettuata nel 2015 nell’ambito del progetto europeo Daphne III sulla violenza nelle dinamiche di coppia e che coinvolge 5 paesi tra cui l’Italia, analizzando un campione di giovani tra i 14 e i 17 anni: le ragazze che hanno subito una forma di violenza sessuale variano dal 17% al 41% in base all’entità dell’aggressione e i ragazzi dal 9% al 25%. Allora, tenendo conto del fatto che la violenza femminile sugli uomini è di entità più lieve, non possiamo negarla. Dobbiamo prendere atto che il problema della così detta violenza di genere va affrontato da un nuovo punto di vista. Gli sportelli antiviolenza, per esempio, sono attualmente dedicati per lo più alle donne e, come afferma Luca Lo Presti, Presidente di Fondazione Pangea, non sono sempre in grado di gestire la richiesta di aiuto del sesso opposto. «Oggi siamo al paradosso – sostiene Lo Presti – che un uomo cosciente di avere un problema legato alla mancanza di controllo della violenza e che chiede aiuto perché ha paura di ferire a morte la compagna, si trova di fronte a muri altissimi. Quando si presenta in un centro antiviolenza ci sono casi in cui viene aggredito psicologicamente e criminalizzato come se dovesse pagare per tutti, in quanto ritenuto parte di una categoria di esseri umani sempre carnefici». Oppure capita che se un uomo è vittima di una forma di violenza e trova il coraggio di denunciare – nonostante il rischio di derisione perché dimostra una fragilità non consona allo stereotipo di virilità e forza -, allora non è creduto. Perché il cliché lo vuole capace di reagire al sopruso senza fare una piega. In un caso e nell’altro non c’è soluzione. Senza la capacità di ascolto e di aiutare gli uomini concretamente a gestire gli impulsi distruttivi o a risanare una ferita dovuta ad abusi subiti da una donna, non ci sarà mai la possibilità di risolvere un problema profondo e articolato come quello della violenza domestica. Oltre il genere però. Perché il centro di tutto non siano i maschi o le femmine, ma la persona.

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