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DA BERSANI A RENZI, DALLA MALETTI A MUZZARELLI: BASTA CHE CI SIA UN POSTO…
di Leonelli
Nei giorni in cui il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini è negli ‘States’ insieme allo chef a stelle (ma senza strisce) Massimo Bottura, per la Settimana della Cucina Italiana nel mondo, con foto e inchini sui quotidiani come piovesse, tornano alla mente le giravolte (non le girelle eh, Bottura) di questi due ambasciatori modenesi nel mondo.
Un ricordo dolce e soave. Quasi leopardiano.
In un dormiveglia che accarezza i pensieri, ritorna in mente il glorioso passato bersaniano di Bonaccini. Fedele luogotenente dell’allora leader del Pd, Stefano da Campogalliano è stato davvero per anni la massima espressione del mondo ex Ds duro e puro nella ridente e rossa Modena. Per Bersani Bonaccini avrebbe fatto ogni cosa… Poi… Poi cambia l’aria… Bersani comincia a perdere colpi di fronte all’arrembante novità fiorentina (non la carne senz’osso eh, Bottura) di Renzi. E Bonaccini lo intuisce prima di tanti altri a Modena, a partire da Giancarlo Muzzarelli che ancora si mangia le mani (e guarda con invidia a viale Aldo Moro) per non averlo capito in anticipo. Perchè a Stefano mancheranno tante cose, ma non il fiuto. Capisce che Bersani da Bettola è sul viale del tramonto e in un drammatico (si fa per dire) pomeriggio di aprile del 2013 urla sui social (che qui la politica gira su facebook e twitter) il suo ‘fermatevi’ che stoppa il disegno di Pierluigi per Marini al Quirinale. E’ la svolta. Da lì in poi Bonaccini abbraccia Renzi. Di più. Diventa il simbolo della conversione modenese ed emiliana al verbo toscano. Una svolta che Renzi ripaga con generosità. Bonaccini diventa presidente della Regione (pazienza se con solo il 18% dei consensi degli aventi diritto) scalzando il più fedele dei renziani della prima ora (Richetti) impantanato in una vicenda giudiziaria da cui Bonaccini tira fuori i piedi in due settimane (per Richetti ci vorrà un anno e passa). Un renziano convertito alla guida dell’Emilia, per lasciare la terra comunista in mano agli ex Ds ma fingere di controllarla. Un disegno perfetto. Una svolta che però costa il tradimento pieno di Bonaccini al suo vecchio leader Bersani (quello che amava la birra, non lo champagne, eh Bottura). Un ‘tradimento’ che si materializza con la condanna senza appello di Stefano a coloro che il 4 dicembre oseranno (come farà Bersani) votare NO al referendum che profuma di vitaomorte per Renzi.
E lo stesso dormiveglia che accarezza l’anima fa rinverdire il ricordo di Bottura, super sostenitore di Francesca Maletti alle primarie per la candidatura a sindaco contro Muzzarelli… Sì, Massimo chef stellato Bottura sostenne la Maletti alle primarie. Pochi lo ricordano. Ma Muzzarelli lo ha perdonato. Ora Bottura parla del sindaco-forte di Modena come il nuovo vate. I Giardini del gusto targati Bottura che fruttarono 800mila euro a Miana sono del resto stati voluti da Muzzarelli. La mostra del Manichino della Storia firmata sempre Bottura e costata alle casse comunali 550mila euro è sempre stata voluta da Muzzarelli. E allora come non convertirsi? Impossibile. Ci si converte e si gioisce.
Bottura come Bonaccini, ieri e oggi insieme nella grande terra americana. Insieme a mangiare le eccellenze emiliane, i bolliti non bolliti e i ricordi di panini alla mortazza. Ricordi di Bersani e Maletti a fronte di un presente renziano e muzzarelliano. Perchè la politica, come la cucina è interpretazione.

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