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A San Cesario e Spilamberto si nega che le foibe siano mai esistite ! E a Modena ? News 

A San Cesario e Spilamberto si nega che le foibe siano mai esistite ! E a Modena ?

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Pubblichiamo un articolo di Stefano Zurlo che si è recato personalmente a vedere le bacheche davanti ai Municipi di San Cesario e Spilamberto in cui Rifondazione Comunista ha esposto volantini che negano l’esistenza delle foibe. Siamo in Provincia di Modena, in terra emiliana, tra eccellenze gastronomiche e ideologie imbalsamate,

di Stefano Zurlo

Non un frammento di storia, ma materia incandescente di polemiche ancora attualissime. Sarà che a San Cesario sul Panaro, nella pianura piatta che corre da Modena a Bologna, la macchina del tempo è andata in tilt. Chissà. Certo, fa impressione leggere quel che i compagni di Rifondazione comunista hanno attaccato al muro. «Le foibe – è l’ incipit – sono una menzogna fascista».

Cosi, bastano poche parole per oltraggiare dopo settanta anni i profughi sopravvissuti alle carneficine lungo il confine orientale e costretti poi a lasciare le loro terre. Altro che giornata del ricordo: il 10 febbraio diventa l’occasione per ribaltare la storia, anzi per seppellirla di nuovo sotto i dogmi del negazionismo più sfrenato. «Nella foiba di Basovizza – si legge in questo stupefacente documento – quando si è scavato alla ricerca di corpi sono stati trovati i resti di alcuni soldati tedeschi e alcune carcasse di animali».

Nessuna concessione alle tesi del revisionismo. No, nemmeno una fessura. E proprio nelle terre che giusto settant’ anni fa trattarono i profughi come appestati. I vagoni con il loro carico di umanità dolente, si fermarono alla stazione di Bologna il 18 febbraio ’47 e i militanti comunisti sabotarono in tutti i modi quei poveracci, che avevano perso parenti e amici nelle cavità dell’Istria. Addirittura versarono il latte per terra, pur di non darlo ai bambini.

Un odio inestinguibile. Che ritorna nel febbraio 2017, due o tre generazioni dopo. No, il muro di San Cesario deve ancora venire giù e a puntellarlo ci pensa gente come Tommaso Riccò, una roccia di 84 anni. «Sono stato sindaco dal 71 al 75 – racconta – quando il Pci era ancora il Pci e l’Unità vendeva qui in paese 1.200 copie. Poi sono passato a Rifondazione e sono tornato in Consiglio comunale fra il 2004 e il 2009 con più di duecento voti. Infine, nel 2009 ho mancato l’elezione per 17 voti». E sul suo volto ancora fresco si disegna una smorfia di disappunto. Certo, oggi le posizioni di Riccò sono quelle di una minoranza che si assottiglia sempre di più, ma c’è chi resiste e crede in quella divisione manichea fra buoni e cattivi. «Dalle nostre parti – sintetizza Dante Mazzi, ex consigliere provinciale di Forza Italia – tutto è possibile. Il comunismo è caduto, ma i comunisti non sono cambiati». Qualcuno è ancora lì, come se aspettasse il treno della vergogna.

Così basta sfogliare le pagine locali del Resto del Carlino per scoprire che a Reggio Emilia ci sono stati due cortei: quelli che celebravano i martiri spariti nelle grotte del Carso e i negazionisti che inseguono complotti. E non si arrendono.

Se da San Cesario ci si sposta a Spilamberto, la capitale dell’aceto balsamico, ecco che la maledizione ritorna: la sede di Rifondazione, sotto i portici a due passi dal Torrione, è tappezzata di volantini. Gli stessi che a San Cesario accolgono con modalità vintage il visitatore. Loro, i compagni imbalsamati nella teca dello stalinismo, capovolgono l’indignazione: ce l’hanno con l’ Italia, con il generale Roatta, con Graziani, se la prendono per i massacri in Libia, in Etiopia, in Jugoslavia. Pare di leggere i saggi di uno storico documentato come Angelo Del Boca, ma senza alcun contrappeso. Le foibe sono di nuovo «sedicenti» e il sangue evapora in una selva di condizionali, dubbi, però.

Parole che non suscitano la minima reazione. Al massimo lo sbadiglio indifferente di chi non vuole mischiarsi alle beghe della politica, come se la storia avesse un colore. Il sindaco di San Cesario, Gianfranco Gozzoli, renziano ecumenico e smussato, ultimo esponente di una serie ininterrotta di borgomastri targati Pci-Pds-Ds-Pd, galleggia su questa stratificazione antropologica vivente e si dà alla fuga: «Ho molto da fare e niente da dire», tronca, brusco come un paio di forbici, ogni tentativo di colloquio. «Da quando critico il conformismo che regna fra i 6 mila abitanti di questo posto strano – replica idealmente Francesco Sola, consigliere di opposizione – ricevo minacce di morte». Il muro oggi sembra ancora più alto.

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