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Luciano Pavarotti. Nicoletta Mantovani es culpable! News 

Luciano Pavarotti. Nicoletta Mantovani es culpable!

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di Adriano Primo Baldi
A proposito di Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti, sono interessato alle più diverse opinioni, anche a quelle in conflitto con le mie, ma non alle provocazioni di chi non entra nel merito delle questioni e fa commenti riferiti alla mia persona, come di recente è avvenuto sui
social network. Solo chi è senza testa può dire che i miei giudizi contengono i semi della “manipolazione”. Per qualcuno sono livoroso ma raglio d’asin non sale al cielo. Rileggendo l’umorista americano, Arthur Bloch, ho deciso di attenermi a un suo suggerimento: “Non discutere mai con un idiota. La gente potrebbe non notare la differenza”. Bisogna considerare che molti stupidi abbiano i loro ammiratori, e come sosteneva Erasmo da Rotterdam: “Quelli che gli stupidi non li capiscono li ammirano con il massimo stupore in proporzione della loro ignoranza”. Ciò premesso passo a Nicoletta Mantovani. In questi dieci anni ha ricordato Pavarotti con manifestazioni che hanno messo in primo piano il Pavarotti rock-pop, oltre al ricordo dei tre tenori. Pavarotti, Domingo e Carreras erano ormai in fase discendente quando decisero di tradurre in denaro la loro grande popolarità. “O sole mio” “Torna a Surriento” e altre belle canzoni sostituirono le opere liriche. Di interpretare tutta un’opera da protagonisti, l’inesorabile legge del tempo che passa non lo consentiva più come prima: salvo il rischio di fischi com’è avvenuto nel 1983 a Pavarotti in Lucia di Lammermoor alla Scala. Cantò in tonalità ‘O bell’alma innamorata’, ma non ce la faceva più come una volta e sono piovuti i fischi. Alle repliche, consigliato da Magiera, abbassò la famosa aria di un semitono e fu applaudito. Altri fischi, sempre alla Scala, li ha ricevuti nel 1992 in Don Carlo.

Quando Pavarotti decise di impegnarsi nel repertorio pop era a fine carriera e aveva una fama planetaria costruita emozionando milioni di persone di tutti i Paesi. Una fama ben diversa da quella del cuoco modenese Massimo Bottura che emoziona trentadue persone facoltose ogni sera disposte a pagare 300-400 euro per una cena. Una fama, questa, costruita dai media. D’atra parte solo quei trentadue ricchi hanno il riscontro diretto della bravura dell’oste. Gli altri seguono il motto Galbani: che vuol dire fiducia. In tutti i continenti milioni di persone hanno potuto assistere ai recital di Pavarotti nelle grandi arene e nei teatri di tutto il mondo. Di solito era diretto da Leone Magiera, o dallo stesso accompagnato al pianoforte. Esaltato ovunque per l’unicità del timbro di voce, per il fraseggio e per l’intensità interpretativa delle immortali opere di Verdi, Donizetti, Bellini, Puccini e altri, ha avuto una fama planetaria che rimarrà per sempre nella storia del melodramma. Quella del “Pavarotti and Friends” sarebbe invece da dimenticare, ma altri interessi spingono per l’esaltazione del Pavarotti pop. Lui voleva essere ricordato come cantante lirico, e l’ha dichiarato. Non è stato accontentato. Tutt’altro. La signora Mantovani da dieci anni trasforma il ricordo del grande tenore in un ibrido. Allestisce spettacoli che mettono in primo piano il Pavarotti della canzone popolare. Un Pavarotti che s’impegnò in un’esperienza musicale iniziata quando la carriera lirica stava declinando; e lo ricorda in un repertorio nel quale Ligabue, Sting, Elton John, Bono, Zucchero e altri, erano molto più bravi di lui, giacché in possesso di una voce adatta a quel tipo di musica. Chi ai ‘baracconi’ ci andava da bambino ha sentito il bisogno di non farsi riconoscere in questo miscuglio lirico-pop. Infatti, Leone Magiera, nel libro: Pavarotti visto da vicino, scrive: “Luciano era abituato alla mia direzione d’orchestra ma io non volevo partecipare all’evento “Pavarotti and Friends” perché dedicato alla musica pop. Di fronte alle insistenze dell’amico, mi sono truccato da nero, mani, collo, faccia e persino i capelli. Ho diretto l’orchestra e nessuno mi ha riconosciuto, nemmeno i miei amici più intimi”. Leone Magiera si è diplomato in pianoforte giovanissimo. A quattordici anni ha tenuto i primi concerti. La passione per la lirica ha prevalso sul concertismo pianistico, ma ancora oggi esegue a memoria e con virtuosismo i 24 studi di Chopin, equivalenti per difficoltà tecniche ai 24 capricci di Paganini per violino. Come direttore d’orchestra e pianista si è esibito nei più importanti teatri del mondo: Scala di Milano, Maggio Fiorentino, Festival di Salisburgo, Musikverein di Vienna, Opera di Parigi, Metropolitan di New York, e altri. Ha collaborato con direttori del calibro di: Otto Klemperer, Carlo Maria Giulini, Claudio Abbado, Zubin Mehta, Carlos Kleiber, Georg Solti. Con Herbert von Karajan ha avuto un rapporto artistico di particolare intensità: von Karajan l’ha voluto per anni suo collaboratore e coordinatore dei corsi per cantanti lirici al Festival di Salisburgo.

Ai teatri sopra menzionati molti pianisti e direttori delle stagioni liriche Modenesi non possono nemmeno passarci davanti, ma Magiera in cartellone a Modena non c’è mai … Potrei spiegare perché, ma per il momento ho altro da dire. Amico d’infanzia di Luciano Pavarotti, Magiera è stato il suo preparatore, pianista accompagnatore e direttore d’orchestra preferito. Diresse la terza recita del debutto di Pavarotti, (La bohème, la cui prima si è tenuta a Reggio Emilia nel 1951 con direttore Francesco Molinari Pradelli). L’ha accompagnato in più di mille concerti e recite teatrali. Tra le case discografiche per le quali ha inciso c’è la Decca. Nicoletta Mantovani alla scomparsa di Pavarotti ha eliminato l’uomo, l’amico, e l’artista Leone Magiera, da ogni citazione quando parla della carriera del tenore e della sua biografia. Tutte le opere che Pavarotti ha interpretato le ha studiate con Magiera. Insieme hanno passato una vita. La Mantovani ha separato Magiera da Pavarotti sia dal punto di vista artistico che umano anche se il loro legame, indissolubile, non si è mai interrotto. Nemmeno durante la sua comparsa. O nonostante la sua comparsa. L’arbitrio della Mantovani è forse dovuto a risentimento per una dichiarazione della moglie di Magiera, Lidia La Marca, negativa verso la signora Nicoletta, dichiarazione della quale Pavarotti stesso chiese la divulgazione. La signora Mantovani da dieci anni si sente nel diritto di sconvolgere il percorso dei due inseparabili artisti. Si dovrebbe vergognare? Troppo poco, ma qui fermo il mio commento perché direi cose che, se pur vere, sarebbero molto sgradevoli. Nessuno, e per nessun motivo, ha il diritto di cambiare il vissuto, i sentimenti e il percorso terreno di un essere umano. Es culpable!

Caravaggio, molto incline a duellare e a far baruffe, è stato accusato di assassinio, ma l’idea di nascondere quest’aspetto sconveniente del suo vissuto, e quindi di cambiarne il percorso di vita, non l’ha avuta nessuna Nicoletta. Magiera è il solo che potrebbe ricordare Pavarotti con manifestazioni di rilievo internazionale, ma ciò richiederebbe un consistente investimento di denaro da parte della città di Modena. In questo caso si volerebbe alto, e il ritorno culturale e d’immagine, a differenza di quanto è avvenuto con le mostre del sindaco Muzzarelli e del cuoco Bottura al Mata, sarebbe assicurato; ma con Muzzarelli non si potrà fare nulla. Con lui non c’è Magiera che tenga e i modenesi non andranno mai oltre il cortile del Municipio e le galline di quel pollaio.

Adriano Primo Baldi

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