L’IPOCRISIA DEL LINGUAGGIO DI GENERE

L’IPOCRISIA DEL LINGUAGGIO DI GENERE
di Massimiliano Manocchia

A quanto pare, io sono uno di quei pochissimi uomini trogloditi incapace di comprendere la vitale importanza della parità di genere anche nel linguaggio, e a difettare di quella profonda “sensibilità culturale” che sola consente di smascherare l’uso sessista della lingua italiana; il che, devo dire con immenso stupore, mi preclude l’accesso alle confraternite salottiere dei benpensanti paesani e cittadini.

Quei ricettacoli di mediocrità, clientelismo e corruzione che in una Nazione civile dovrebbero essere messi alla pubblica gogna e che invece in Italia continuano a chiamarsi comuni, provincie e regioni, stanno spendendo (in silenzio) quantità considerevoli di pecunia publica per erogare corsi di formazione la cui finalità è insegnare ai dipendenti della pubblica amministrazione l’uso di un lessico senza discriminazioni di genere.

Naturalmente questo lessico ha le sue radici nella lingua italiana che, oltre a un grado di bellezza di cui pochissime altre lingue possono fregiarsi, vanta anche la curiosa peculiarità di essere un idioma quasi sconosciuto per gli stessi parlanti nativi; curiosità, quest’ultima, che s’è ormai fatta tradizione e che temo abbia qualche nesso con lo sperpero del summenzionato denaro pubblico, altra tradizione (lo sperpero) in difesa della quale le amministrazioni comunali, provinciali e regionali si schierano con stupefacente solerzia e determinazione.

La ragione per cui si debbano spendere decine di migliaia di euro per insegnare a dire, ad esempio, “assessora” anziché “assessore” è per me un mistero che possiede l’irresistibile fascino esotico di un sofisma, e quando interrogo un fautore o una fautrice di questo “nuovo” linguaggio, sentendomi immancabilmente rispondere che la mia domanda denota un “serio problema culturale” cui, ça va sans dire, devo assolutamente porre rimedio, ecco, il mio sbigottimento si fa talmente grande che nemmeno le più raffinate tecniche eristiche possono venirmi in soccorso.

Al di là dell’orrore che la forzata declinazione al femminile di alcuni termini dovrebbe suscitare in tutti coloro che ancora possiedono anche solo un barlume di senso estetico, dubito che l’incivile martoriamento della lingua italiana (o di qualsiasi altra lingua, eccetto naturalmente il tedesco, già incivile per natura) sia da ritenersi un passo avanti nella conquista della parità di genere.

Che inguaribile nostalgica deve essere colei che gonfia il petto per il vano vezzo si sentirsi chiamata “assessora” invece di “assessore” o “presidenta” invece di “presidente”; che pochezza d’amor proprio, che penuria di dignità “di genere”.

Il fatto che in questa nostra epoca cosiddetta “progressista” vi siano ancora disparità e discriminazioni è senza dubbio deplorevole e persino illegale, tuttavia tentare di ripristinare la legalità storpiando volgarmente parole e locuzioni ha tutta l’aria di una paraculata elettorale filoeuropeista, materia nella quale, d’altro canto, il partito di governo, paladino di qualsivoglia causa portatrice di voti, non ha rivali, né “rivalesse”, gli altri s’accodano.

Domani – anzi, già oggi – lemmi come “ministra” o “ingegnera” o l’ormai comune “assessora” non ci faranno dono di una società più giusta, ma soltanto più cacofonica; e per quanto sia ormai noto anche ai barbari che il linguaggio possiede una valenza simbolica in grado di influire sui nostri processi mentali – o meglio, proprio in virtù di questo potere – ritengo ben più seri e prioritari (almeno in Italia) i problemi relativi alla consecutio temporum e alla coniugazione dei verbi, per non parlare dell’ortografia. Un corso di grammatica a livello basico potrebbe, con immensa sorpresa di tutti e costi quasi irrisori, fare assai più per la causa femminile di quanto possa fare un corso sulla parità di genere nel linguaggio. Trovo superfluo sottolineare come il delizioso piacere che il buon uso della lingua sa dare, abbia il potere di influire con esiti incommensurabilmente benefici sui rapporti umani, e al giorno d’oggi, in tema di piaceri, una buona grammatica è in grado di produrre effetti quasi orgasmici su tutti. Eccetto, ovviamente, i giornalisti sportivi e i presentatori televisivi.

Temo che buona parte di questo Paese non sia ancora pronta per accogliere il profondo salto culturale da “dipendente pubblico” a “dipendente pubblica”, soprattutto laddove il potere simbolico del linguaggio potrebbe inopportunamente risultare fin troppo simbolico. Sarebbe immorale non ricordare a donne e uomini che quella ormai rarissima virtù chiamata “femminilità”, e ai cui effetti le eroine della parità sembrano essere più intolleranti di quanto non fossero le imbizzarrite streghe femministe, è un tesoro preziosissimo da preservare con la massima cura e dolcezza, poiché assolve la duplice funzione di generare bellezza e generare vita. Senza vivere possiamo andare avanti per milioni di anni, ma senza Bellezza rischiamo l’estinzione. Se è vero, com’è vero, che il pensiero modifica (quantisticamente parlando) la materia, l’idea di come la parola “ingegnera” possa modificare le sembianze di una donna che deve, suo malgrado o per scelta sciagurata, sopportarne il peso, mi riempie d’orrore. D’altro canto, la Natura ha sempre dimostrato di sapersi vendicare delle brutture estetiche create dall’essere umano e sospetto che non ci risparmierà nemmeno questa: l’inquinamento linguistico potrebbe produrre i suoi nefasti effetti assai più rapidamente delle scie chimiche.

Invero, tali effetti cominciano già a intravedersi. Le brutture naturali sono disgrazie che l’artificio può correggere o alleviare, ma le brutture artificiali sono crimini indelebili davanti ai quali anche la Natura, colma di disgusto, fugge con grida di terrore.

La donna che avrà il coraggio di indignarsi prima e ribellarsi poi all’imposizione maschilista delle “quote rosa” sarà il primo e supremo esempio di donna libera che non accetta concessioni, che non si abbassa allo svilimento della propria femminilità, che non teme il confronto di genere, che riconosce ed esalta le virtù della diversità, dell’individualità e della dignità personale e femminile.

Quanto è meschina, quanto è mediocre colei che va fiera di essere stata eletta – per scegliere la politica a titolo di esempio emblematico – esclusivamente in virtù dell’obbligo sulle “quote rosa” imposte da una norma. Pavoneggiarsi per meriti propri è una miracolosa medicina per l’anima, ma vantarsi di meriti assegnati per legge è l’anestesia dell’intelletto.

In una civiltà come la nostra, già intollerabilmente cacofonica, una seria riforma del linguaggio – posto che ve ne sia bisogno – dovrebbe tener conto del concetto di armonia ed esser demandata ai linguisti e agli artisti, non ai sociologi o, peggio ancora, ai politicanti. Agire solo sul linguaggio è una bieca forma di ipocrisia: significa semplicemente chiamare il problema in modo diverso. C’è qualcuno che davvero pensa che il maschilista, per il solo fatto che userà parole come “ministra” o “ingegnera”, cessi di essere maschilista?

Il linguaggio di genere e le quote rosa non sono che l’ennesima, subdola e viscida forma di violenza psicologica perpetrata nei confronti della donna. Ciò che dovrebbe stupirci più di ogni altra cosa è il fatto che questa violenza viene oggi approvata e promossa da una parte consistente degli esseri umani di genere femminile.

Massimiliano Mannocchia