2017, altro festival della filosofia. Modena non si rinnova

di Adriano Primo Baldi

2017, altro festival della filosofia. Modena non si rinnova. L’appello a essere propositivi, dalla maggioranza comunale non manca mai. Recentemente, un incauto consigliere comunale di Forza Italia, Andrea Galli, toccato nel “chioschetto”, mi ha definito un disfattista livoroso contro tutto e tutti. A riprova, ripubblico l’articolo sottostante. Me lo ha chiesto il giornale Modena Come, aggiungendo di aggiornalo. Poiché nulla è cambiato, non ho nulla da cambiare. Ho scritto poche parole per Vasco Rossi. L’essere propositivo con questa Giunta è del tutto inutile. Il Festival ha peggiorato i programmi con l’integrazione di mostre dell’ormai trentennale clientela locale “rossa” o “rosè”. I menù filosofici sono un’invenzione penosa e lo spreco di denaro è in aumento. Il sindaco Gian Carlo Muzzarelli, frequenta da anni il festival, e a dimostrazione che esso non serve alla cultura, e ancor meno alla filosofia, c’è questa sua dichiarazione: “Quando sono diventato sindaco mi sono ritrovato sul tavolo 5000 firme di cittadini che chiedevano di non procedere con la riqualificazione di Piazza Roma: li abbiamo ascoltati ma siamo andati avanti. Lo abbiamo fatto perché non diamo spazio a chi in questa città vuole solo dire no”. A differenza di altre città a Modena si sono dimenticati di fare i parcheggi. Il Centro storico lo hanno distrutto, e con esso le sue attività. Quei 5000 e le loro famiglie, assieme a tutti quello che hanno dovuto chiudere l’attività, potranno votarlo con filosofia.

Ciò che fa il successo di un bel po’ di opere d’arte è il rapporto accertato tra la mediocrità delle opere e degli artisti, e la mediocrità delle idee del pubblico”. (da Nicolas de Chamfort, 1795).

Vorrei che si potesse abbandonare la polemica, anche quella che non senza ragione ho favorito io stesso, per una riflessione sul come modificare l’intervento pubblico nel settore della cultura. E’ necessario arginare il malcostume in questo campo che non è solo politico. Sarebbe urgente intervenire sul modo di programmare. L’obiettivo deve essere quello di eliminare gli attuali sprechi e alzare il livello produttivo in campo culturale; consentendo un diverso indirizzo organizzativo improntato a qualità e risparmio. Si tratta di un dibattito che dovrebbe avvenire nelle istituzioni. Esse hanno il compito di sostenere gli strumenti principali della cultura: teatri, biblioteche, musei, organismi musicali e associazioni. Gli amministratori dovrebbero uscire dall’idea che si possa spingere l’economia cittadina con iniziative estemporanee. Bisogna abbandonare l’equivoco che mescolando intrattenimento, improvvisazione e svago, si possa avere un ritorno economico e culturale. Non è così.

La cultura d’intrattenimento.

La strada che a Roma dal 1976 al 1985 ha intrapreso l’allora assessore Renato Nicolini, etichettata poi con il nome di cultura dell’effimero, ha dimostrato che non è con le star, più o meno popolari, che si formano cittadini più acculturati. Lo svago ha una sua dignità socializzante. Va organizzato con rispetto e senza sufficienza. Purtroppo, il contagio dell’effimero si è propagato nella periferia italiana, con l’aggravante che sono stati perfezionati i temi della cultura e nobilitati i titoli degli interventi. Si è passati dal pop popolare ai festival diventati di moda: della letteratura, della filosofia, degli editori, dei poeti, come se fossero materie d’intrattenimento. L’Italia conta almeno mille festival di questo genere e tutti con sindaci e assessori che sgomitano per farsi fotografare assieme agli intellettuali di maggior prestigio (di solito gli stessi che a rotazione compaiono in tutte le piazze). Si è creduto che l’agorà potesse diventare centro d’istruzione e cultura con lezioni universitarie dei grandi cerimonieri dell’erudizione e del sapere semplificato.

Il popolo nelle piazze.

Il problema non è quello di vitalizzare il periodo estivo con iniziative transitorie, ma di organizzare cicli d’incontri e momenti di unione intorno ai più diversi temi tutto l’anno. Certo, anche d’estate si devono creare occasioni d’incontri popolari con iniziative nei cortili, nelle chiese, nei giardini e nelle piazze, ma si tratta di manifestazioni d’altro tipo: può essere il caffè concerto, il teatro cabaret con un conduttore, un attore, un intrattenitore, e il tutto ogni sera per la durata di qualche mese. Sono manifestazioni dal costo contenuto e che intrattengono il pubblico con piacere e svago. Ci possono essere anche spettacoli più complessi che richiedono la banda musicale, gli sbandieratori e altro ancora. Un buon rapporto con l’istituto musicale Orazio Vecchi, potrebbe avere per l’attività estiva un ruolo importante con il coinvolgimento d’insegnanti e ragazzi. Le scuole di canto di Mirella Freni e Rajna Kabaivanska, vanno coinvolte, ma con un rapporto diretto con l’assessorato alla cultura, e non essere filtrate da improvvisate e generiche associazioni.

Bisogna distinguere

Per la filosofia, la poesia, la letteratura, e i grandi spettacoli popolari, dal pop al rock, ci sono sedi proprie che non sono le piazze. Un discorso a parte va riservato alla lirica e alla sinfonica. Per le materie più specialistiche ci sono le università, i teatri, le accademie e richiedono una formazione permanente tutto l’anno. Eseguire nelle piazze “Lo Stabat Mater” di Giovanni Pierluigi da Palestrina, di Lorenzo Perosi, o di Giuseppe Verdi, una sera d’agosto e lasciare senza musica quell’auditorio tutto l’anno, non è un’operazione culturale. Sarebbe come trasferire il bicameralismo inglese nel Burundi: si tradurrebbe subito in una sorta di oligarchia autoritaria. Voglio dire che tutti i processi formativi si devono costruire gradualmente. Sono convinto che il “Vincerò” di Luciano Pavarotti che ha conquistato i mondiali di calcio, non abbia portato un solo spettatore in teatro ad ascoltare Turandot. Così come alcuni giorni di filosofia e letteratura in piazza, con un pubblico di migliaia di persone, non abbia prodotto alcun effetto sui botteghini del teatro di prosa. Il richiamo del personaggio televisivo va bene per la cultura del consumo: i quiz, i talk show, le poesie dei baci Perugina, i “Manaresi” della letteratura e della filosofia da telecomando. La cultura è altra cosa dall’intrattenimento. Che pure in un certo modo ne fa parte.

Pluralità e confronto.

Vi è poi un altro problema che richiede di essere affrontato con urgenza. Gli assessori alla cultura, dopo gli anni Ottanta, si sono privati di una reale possibilità d’incidenza sui programmi. Non voglio dire che devono essere loro a formarli, ma devono sottrarre ai direttori dei teatri e delle gallerie civiche il potere di decidere da soli. Dovrebbero ripristinare moralità e competenza sottraendo a questi il potere di scambiarsi mostre e spettacoli realizzati spesso a compensazione d’interessi personali non sempre onorevoli. Oggi, agiscono fuori da ogni controllo. La mancanza di strumenti veri di confronto plurale, ha fatto sì che sindaci e assessori, di volta in volta, chiedessero il favore di inserire un proprio protetto nei programmi. In molti casi gli amministratori per non rivolgersi al loro direttore, hanno finito per scavalcarlo e farsi in proprio la mostra o il concerto del raccomandato di turno. Il caso della mostra Bottura-Muzzarelli-Mazzoli, come quello della mostra di Gino Covili, a Modena, si sono verificati per assenza di strumenti decisionali collettivi. Il ripristino delle commissioni di gestione sarebbe il primo passo per un cambiamento necessario e urgente. Ciò consentirebbe ai rappresentati dei diversi partiti, scelti tra tecnici ed esperti, di potersi confrontare sulle scelte e quindi di mediare e vigilare. Oltre a bloccare interessi personali e a ripristinare la pluralità dei linguaggi artistici.

Strumenti pubblici al servizio della propria carriera.

Se il compositore Luigi Dallapiccola avesse diretto un teatro, avrebbe cancellato Giuseppe Verdi; così come l’astrattista Mauro Reggiani avrebbe cancellato i pittori figurativi. Oggi i direttori dei teatri e delle gallerie civiche hanno sui programmi un potere decisionale assoluto. Questo gli consente di sviluppare clientele al servizio della propria personale idea di cultura, o peggio, della carriera personale. Si sono circondati di adulatori, e hanno gestito le istituzioni come se fossero una loro proprietà privata. Stroncare tutto questo, e consentire a esperti di tutte le formazioni politiche, di partecipare alla gestione delle strutture pubbliche attraverso le commissioni di gestione, significa garantire confronto e partecipazione pluralistica dei cittadini alle scelte. Lo richiede il buon senso e lo non meno lo richiede la democrazia.

Riprendiamo a volare.

Per far decollare un aereo, non basta il pilota. Molte persone hanno un ruolo prima del decollo e durante il volo. Così dovrebbe essere per la gestione degli strumenti produttivi in campo culturale. Le commissioni di gestione, oltre ad evitare usi personali e clientelari di strumenti pubblici, possono avere una funzione importante per innalzare la cultura modenese. La nostra città, dopo aver spaziato da protagonista per i cieli d’Italia negli anni ’60 con il Festival nazionale del libro economico, iniziativa dell’allora sindaco Rubes Triva e del suo più stretto collaboratore Roberto Armenia, ha ripreso quota negli anni ’70 con l’Ater fondata dai modenesi Giuseppe Gherpelli e Mario Cadalora. Dopo di allora hanno prevalso le mode richiamate. La città ha abbassato le ali, ripiegando sugli annunci e le proposte degli impiegati del consumo culturale. Vi è un numero esagerato d’iniziative da sagra permanente, messe in grande evidenza dall’attuale amministrazione senza rendersi conto che si tratta di una programmazione del tutto fuori misura.

Tanto rumore per nulla”

L’iniziativa culturale della città ha continuato a rollare sulla pista, a volte con rumore assordante, senza mai riuscire ad alzarsi e volare. Vi sono state iniziative di qualità oltre al citato Festival del libro economico e alla fondazione dell’Ater. Ne elenco solo alcune: “Quando le cattedrali erano Bianche” e le mostre sul Duomo dopo il restauro; la revisione critica di Ernani; il Festival delle Bande Militari (quello vero, ideato da Giancarlo gatti). Modena è sede della più importante Accademia militare d’Italia e d’Europa, e questo festival andava arricchito, non soppresso. Più attenzione va data gli spazi rinnovati circa dodici anni fa della Biblioteca e della Galleria Civica. Quest’ultima purtroppo ha sempre avuto problemi di gestione nel senso sopra richiamato. Con l’ex sindaco Giuliano Barbolini Modena ha perso l’istituzione di una grande scuola internazionale di Opera Studio, proprio quando i cinque personaggi più richiesti al mondo erano a Modena: Pavarotti, Freni, Ghiaurov, Magiera e Kabaivanska. Non bisogna dimenticare che la Comunità Europea (con 800milioni) e la Regione Emilia Romagna (con 500milioni) erano disposte a finanziare il progetto di “Opera Studio” presentato dall’allora assessore alla cultura, Rina Cianassi.

Finanziamenti perduti.

E’ un passato che non si recupera, ma vi sono ancora oggi istituzioni culturali modenesi che potrebbero essere strumenti di alta produzione culturale: dalle biblioteche ai musei ai teatri alle mostre. La Biblioteca Estense, Il Museo Ferrari, il Sant’Agostino, dovrebbero trovare nell’assessorato alla cultura un interlocutore permanente. La Civica e i Teatri sono strumenti di formazione che possono rappresentare il cuore dell’attività culturale. I Festival, anche se diventati di moda, sono da ripensare nei programmi e nella gestione. Essa a mio parere dovrebbe essere assunta direttamente dall’assessorato con personale proprio; creando così occupazione pubblica di qualità ed esaltando la capacità creativa dell’istituzione; ovviamente senza rinunciare a qualificate collaborazioni esterne. Questo richiede chiarezza politica e di obiettivi. Non si deve avere nessun atteggiamento di sufficienza nei confronti degli spettacoli d’intrattenimento, ma bisogna tener presente che anch’essi hanno bisogno di qualità. Altrettanto chiaro deve essere che questi non possono rappresentare che una parte della politica culturale e non (La) politica culturale, e cioè quella che oggi è esibita con orgoglio in termini di quantità di pubblico. Per ottenere alti numeri di spettatori, basta la serata di un famoso cantante rock, e Vasco Rossi ne è la prova.

Partecipazione e controllo

Partecipazione e controllo, potrebbero, almeno si spera, portare a una diversa correttezza operativa, e fare della cultura un momento di espressione e sintesi del pensiero, della morale e dell’etica di una comunità. Ho suggerito un percorso. Altri potrebbero indicarne uno migliore e aprire la strada a più incisive soluzioni. Cambiare bisogna: non ci si alza in volo se a terra gli strumenti di lancio non sono stati preparati in modo corale e con rigorosa professionalità. Per finire voglio ritornare a un riferimento iniziale: la cultura non serve a fare turismo: serve a educare lo sguardo verso la realtà; a osservare con occhio critico la banalità quotidiana. Per questo ci vuole un po’ d’impegno e fatica. La cultura fornisce gli strumenti per vedere il mondo con occhi nuovi e farci vivere la bellezza dei grandi artisti. La cultura non è riempire gli alberghi o la somma di spettatori alla conferenza o allo spettacolo di un personaggio famoso. La cultura è tale quando serve a generare gente diversa; a creare una nuova identità. A preparare l’avvenire.

Adriano Primo Baldi