Riqualificare e riprogettare il passato

C’è un piccolo sussulto di consapevolezza urbana nato dall’opposizione dei residenti nel quartiere Morane alla costruzione di un nuovo quartiere nel comparto Morane-Vaciglio che inevitabilmente sarà ancora una volta un altro quartiere spento, senza socialità e servizi collegato soltanto alle tangenziali. Il Comune di Modena ha un vocazione edilizia storica, non urbanistica, che ha sempre privilegiato una scelta di fondo basata sull’uso dell’automobile e su percorsi di viabilità progettati unicamente per collegare i centri commerciali ai quartieri periferici.
E’ una impostazione vecchia che va combattuta, non più sostenibile in nessun modo, causa di problemi di vivibilità della città, di inquinamento, di scompensi urbanistici, di degrado delle vecchie periferie abbandonate alla criminalità, del centro storico svuotato come residenza e di tante altre scelte  sbagliate che peseranno in particolare sulle nuove generazioni.
L’urbanistica è una scienza complessa che dovrebbe essere affrontata sempre con molta umiltà, con la compresenza di diverse professionalità e, oggi considerando tanti errori del passato, con la partecipazione di gruppi di cittadini.
Anche  se il Comune di Modena mantiene ancora inalterata la sua vocazione edilizia e non urbanistica, siamo sostanzialmente ancora fermi a quando con Bulgarelli i progetti edilizi venivano approvati con un applauso in Piazza Grande dopo un comizio,  oggi è possibile – per la prima volta – creare una partecipazione dei cittadini, utilizzando in modo intelligente strumenti online e soprattutto i social, e costruire conoscenza condivisa da opporre ad una visione miope dell’amministrazione sulle nuove esigenze delle persone sul piano della qualità della vita nelle aree urbane.
Per procedere in questa direzione è necessario acquisire delle conoscenze, elaborarle, produrre dei contenuti, condividerli e creare veri e propri progetti attorno ai quali aggregare gruppi di cittadini. Occorre cioè fare un salto di qualità e passare dalla semplice opposizione, al dire no a nuove cementificazioni a progetti di recupero e riuso dell’esistente che è stato dismesso.
I filoni su cui indirizzare il lavoro sono sostanzialmente due:
– il patrimonio demaniale e comunale che per quanto riguarda il Comune di Modena è immenso
– il patrimonio industriale e artigianale.
Pubblichiamo un documento, ai fini di offrire contenuti e spunti di lavoro, che riteniamo interessante

Dalla rivoluzione industriale ai musei di arte contemporanea: ecco perché rigenerare gli impianti produttivi in Italia e non solo

Gli odierni provvedimenti per il recupero di aree urbane dismesse risentono, per non dire che sono la diretta conseguenza, della rivoluzione industriale, quando cambia la distribuzione degli abitanti sul territorio e, in poche parole, nasce l’urbanistica moderna.

In Europa e negli Stati Uniti il processo di urbanizzazione post-industriale portò a una sostanziale alterazione degli schemi insediativi: le città cambiano aspetto, crescono sotto la spinta di un nuovo sviluppo. Alla metà del XVIII secolo risalgono le prime disordinate espansioni dei sobborghi operai: le “città operaie” così ben descritte da Charles Dickens e da Gustave Doré.

Dopo l’industrializzazione, il liberalismo dell’economia e i nuovi sistemi di trasporto sono i principali deterrenti della crescita della città ottocentesca, un’urbanizzazione di fatto molto vicina a noi.

Il XIX secolo segna un punto fondamentale per le città occidentali, in cui la crescita demografica e quella urbana – ha innescato un meccanismo non ancora esaurito: la speculazione edilizia.

Da questo fenomeno, contraddistinto dall’infrastrutturizzazione e dalla costruzione di edifici senza limiti di superficie e di altezza, dipende la formazione di frazioni del territorio urbano a carattere prettamente residenziale o produttivo che, con il tempo, hanno definito l’identità di questi sobborghi e un modello attraverso il quale la città è riconoscibile.

Genova senza l’area del Porto Antico, Milano senza i navigli, Torino senza il polo industriale di Mirafiori, per citare solo noti casi italiani, avrebbero la stessa identità?

La risposta è no, perché gli interventi urbanistici appena citati hanno definito il carattere, la storia di un luogo e della società che nel tempo lo ha popolato.

Questa identità è quella che negli ultimi decenni si sta riscoprendo e rimarcando attraverso Piani di Recupero e di Riqualificazione urbana.

Espansione e deindustrializzazione

La città come oggi siamo abituati a pensarla nasce a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo sotto la spinta di molteplici fattori, gli stessi che nel 2007 hanno portato il numero della popolazione urbana a superare quello delle campagne: il nostro è il mondo più urbanizzato della storia, anche se non omogeneamente distribuito.

La città contemporanea si è rapidamente espansa sul territorio circostante senza cercare un’espressione peculiare, perdendo l’identità storica della maglia urbana e non cercandone una nuova e più attuale. In tutto questo, la deindustrializzazione, lo spostamento delle industrie pesante e manifatturiera, ha generato la frammentazione del tessuto urbano, svuotando sempre più il centro e diverse altre zone.

Recuperare riqualificando

Per far fronte a questo fenomeno, negli anni ’70 del Novecento, si avviarono molti dei processi di riqualificazione delle aree industriali attualmente in corso; la città contemporanea riflette le difficoltà sociali, a cui l’amministrazione tenta di rispondere acquisendo nuovi equilibri fondati sui principi di qualità ambientale e di sviluppo sostenibile.

In questo momento divengono concetti chiave la riqualificazione, la pianificazione dei servizi e la tutela e la salvaguardia ambientale; parallelamente nascono enti e organizzazioni, come l’Aipai, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, impegnati nella valorizzazione e nel recupero delle aree a carattere produttivo.

La normativa urbanistica italiana riconosce il ruolo della rigenerazione che attribuisca alle aree industriali nuove destinazioni d’uso, supportandone il recupero a scopi culturali, didattici e ricreativi.

In Italia le esperienze di conversione delle aree industriali in zone ecologiche sono sempre più diffuse e capillari, seguendo spesso esempi celebri come la spettacolare riqualificazione dell’ex bacino industriale della Ruhr a Essen, in Germania, dove il complesso siderurgico e minerario è stato riclassificato a spazio pubblico e a insediamenti di città-giardino secondo le regole di bioarchitettura (patrimonio dell’Unesco dal 2001); o come il recupero della città fantasma di Detroit e anche dell’ex centrale elettrica inattiva dal 1981 oggi divenuta l’epicentro culturale di Londra con la celebre Tate Modern Gallery.

Il caso di Milano

Anche Milano conserva alcuni fiori all’occhiello della riclassificazione delle aree dismesse a scopi culturali e artistici, alcuni esempi sono: l’Hangar Bicocca, dove venivano prodotte munizioni prima e macchine agricole e ferroviarie poi, l’ex Manifattura Tabacchi, la Fabbrica del Vapore dove la ditta Carminati e Toselli costruiva i tram, e ancora la Fondazione Prada inserita nell’ex stabilimento di liquori e il discusso Museo delle culture negli spazi dell’ex Ansaldo, oppure Crespi d’Adda, l’insediamento industriale interamente costruito dalla famiglia di imprenditori tessili Crespi.

Sebbene il vero capolavoro sarebbe stato a Sesto San Giovanni, con il recupero dell’area industriale più grande d’Europa, che avrebbe visto l’architetto genovese Renzo Piano impegnato nella riqualificazione di 1,4 milioni di metri quadrati dell’ex area Falck.

Aree rigenerate in Italia

In tutta Italia le amministrazioni locali sono molto sensibili al tema della rigenerazione delle aree industriali, la finalità è quella di assorbire e mettere in pratica nell’ambito urbanistico la nuova cultura della sostenibilità.

Dal Lingotto, “La” fabbrica per eccellenza italiana, quella della Fiat, diventato un centro polifunzionale per l’intrattenimento e la cultura, all’ex manifattura laniera Trombetta di Biella trasformata nella sede di una Onlus dall’artista Michelangelo Pistoletto; dall’ex panificio comunale divenuto il Mambo, il Museo d’arte moderna di Bologna, alla conversione dell’ex Mattatoio romano in Facoltà di Architettura e nel Museo d’arte contemporanea di Roma, senza dimenticare il prodigioso progetto di recupero delle acciaierie e dello stabilimento chimico Siri di Terni, quello della Città della scienza nel quartiere Bagnoli a Napoli e lo Zac, la Zona di arti contemporanee inserite all’interno delle officine Ducrot a Palermo.

Con l’applicazione dei Piani di recupero delle aree industriali, rigenerando gli impianti dismessi per renderli pubblici con l’inserimento di poli museali, come anche servizi commerciali o residenze, l’impulso è quello di ricostruire brandelli di città, ritrovando per interi quartieri l’identità e l’integrazione con i tessuti circostanti, pensando – in ordine alla sostenibilità economica e al co-partenariato tra pubblico e privato – di rendere alla città, al territorio e alla comunità un legame storico culturale che con il boom economico del Novecento si era perso.

Ilaria D’Ambrosi

http://www.infosostenibile.it/notizia/riqualificazione-urbana-una-strategia-per-dare-vita-al-passato