ELISABETTA GUALMINI VICE PRESIDENTE DELLA REGIONE E.R. VUOL METTERE LA MASCHERA AL PD

di Adriano Primo Baldi‎

ELISABETTA GUALMINI, VICE PRESIDENTE DELLA REGIONE E.R. VUOLE METTERE LA MASCHERA AL PD.

La Sibilla Cumana del Pd pensa al futuro. L’appetizione della vice presidente della Regione, Elisabetta Gualmini (autorevole rappresentante di un moderno Pd, demo cattocomunista), smaschera la sua tendenza a raggiungere ingannevoli scopi, e dissimulando l’obiettivo della sua proposta ha dichiarato che è venuto il tempo di cambiare nome al Pd. Una maschera non cambia ciò che nasconde. Subito dopo la Gualmini è entrato in scena un dirigente del Pd modenese, Gianluca  Fanti. Si tratta di un minus habens politico. Lo stesso dirigente modenese Pd che dopo aver definito idiota chi vota Lega, si è fatto uno shampoo antiruggine al telencefalo bloccato, con una tavoletta wc da 40 gr di Baleno, e alla sua maniera ha ripreso a “funzionare” naturalmente come può funzionare un cervello che ha avuto problemi cognitivi di memoria, di attenzione e di linguaggio, e si è lanciato in un’altra dichiarazione: “Questo è un Governo di pagliacci”.

Vado con ordine e comincio, per garbo e galanteria, da Elisabetta Gualmini.

A giudizio (poco) del vicepresidente della Regione Emilia Romagna, Elisabetta Gualmini, al Pd serve una “nuova Bolognina”. Alto è l’incarico che ricopre la Gualmini, ma basso è il livello della sua affidabilità intellettuale e politica. Quando Achille Occhetto nel 1976 tolse Falce e Martello dal simbolo, e trasformò il Pci in Pds, cambiò in modo epocale il nome di un partito e di un simbolo che si ispirava al comunismo. Un partito che in Italia era diventato il partito comunista più forte d’Europa. Quell’operazione rappresentò per Occhetto e il suo partito, una svolta di rinuncia all’ideologia comunista. Nulla di paragonabile al Pd e alla situazione attuale.

Il partito di Occhetto era passato attraverso l’invasione sovietica d’Ungheria che nell’ottobre – novembre del 1956 aveva visto il popolo sollevarsi in armi contro la dittatura comunista di Mátyás Rákosi. Nel 1968 altro fatto storico. Il 5 gennaio, Alexander Dubcek fu eletto segretario del partito comunista cecoslovacco al posto di Antonin Novotny. Durò pochi mesi e il suo paese fu invaso dalle truppe del Patto di Varsavia. Truppe che salirono sui carri armati con Falce e Martello, e il 20 Agosto dello stesso anno, invasero la Cecoslovacchia mettendo fine alla Primavera di Prega e al socialismo dal volto umano voluto da Dubcek

Il Pci italiano, con Palmiro Togliatti, fin dal 1956 dopo il Rapporto Krusciov sulla destalinizzazione e i fatti d’Ungheria, imboccò con l’ottavo congresso la cosiddetta via italiana al socialismo.

Oggi, invece, non c’è nessun fatto ideologico da cambiare che possa essere definito epocale. O meglio, ci sarebbe il cambio totale di un gruppo dirigente che nel nome si fregia, oltre che dell’essere un Partito, anche del nome improprio di Democratico, la cui classe dirigente e di rappresentanza deve la sua elezione al “Bomba” di Rignano. E’ un partito che da un pezzo concepisce la sua attività politica, nell’ambito del capitalismo occidentale. Ripeto, non c’è nessuna ideologia da sconvolgere oggi se non l’incapacità, l’arroganza, l’inettitudine, la supponenza e le clientele consolidate di una dirigenza che ha portato un partito che in passato, con Falce e Martello nel simbolo, era arrivato al 34,37% dei voti. Un partito che in questi decenni, nella gestione del potere, non ha avuto nulla da invidiare ai vecchi metodi democristiani. Un partito che si è impastato assieme ai suoi banchieri di riferimento. Un partito ormai votato all’estinzione.

Così, la ‘brillante’ signora Gualmini, pensa di risolvere il problema con un’ingannevole furbata: noi Pd, cambiandoci nome, mettiamo una maschera, e con questa potremo chiedere con artificiosa verginità nuovo consenso agli elettori. Logica già narrata nel Gattopardo da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non è il nome da cambiare: a Bologna, come a Modena, e in Italia più in generale, da cambiare sono i signori del Pd. Chissà mai come vorrà chiamarlo la Gualmini il suo nuovo partito? La dizione Partito può anche rimanere. Democratico, pure. Potrebbe essere PDCI (Partito Delle Clientele e degli Incapaci). Oppure potrebbe usare la (i) per dire sempre PDCI (Partito Delle Clientele e degli Inganni). Lasci perdere la Gualmini, ci cascano sempre in meno. Non c’è nessun parallelo tra la Bolognina di Occhetto e la sua proposta: Occhetto prese atto della fine di un epoca, mentre lei con la sua trovata, assai poco originale, pensa a un escamotage per conservare posti e potere a danno dell’Italia.

Ritornando al dirigente Pd, Gianluca  Fanti: è un personaggio per il quale non val la pena di sprecare molte parole. E’ presentato dalla stampa come un fedelissimo del consigliere regionale Giuseppe Boschini. Capirai! In passato la politica ha avuto i fedelissimi di De Gasperi e di Einaudi; di Gramsci e Di Vittorio. Oggi ha i fedelissimi di Giuseppe Boschini. Ogni epoca ha i suoi periodi di decadenza. E’ caduto l’Impero romano d’Occidente, può cadere anche il Pd ormai invaso da fedelissimi barbari che guardano a Boschini. L’importante è non lasciare che il Pd, indossando la maschera, trascini con sé l’Italia e suoi Comuni.

Adriano Primo Baldi