DEL SINDACO UNA BUONA E UNA NO

Di Adriano Primo Baldi

Di Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena, rendo nota una scelta che mi ha sorpreso e che dovrebbe essere di esempio ai tanti politici consumati nell’uso del potere.

Martedì scorso, come tante volte, ho preso un treno, Freccia Bianca, per Milano. Verso Parma si è fermato. Ritardo accumulato ottanta minuti. Durante la sosta mi sono alzato per raggiungere il vagone ristorante. Dopo qualche carrozza vedo seduto il sindaco Muzzarelli. Mi saluta e ricambio. Vedendolo ho avuto un pensiero malevolo: ecco spiegato il guasto alla linea ferroviaria… Il mio pensiero istintivo e riprovevole è stato subito emendato da quello successivo: poteva fare il viaggio in macchina con autista e nessuno, io men che meno, avrebbe avuto nulla da ridire. Ritornando al mio posto, altra positiva considerazione: era in seconda classe. Constatazione che mi ha fatto piacere. Vorrei sempre essere orgoglioso del mio sindaco, di qualunque partito esso sia. Vorrei sentire in ogni circostanza quel senso di compiaciuta appartenenza alla mia comunità e a chi la rappresenta.

Una comunità ha bisogno di guardare al suo primo cittadino con fiducia. Vorrei sentirmi onorato ogni giorno e poter dire di essere rappresentato in modo semplice, naturale, con competenza e senza che l’uso del potere tenga gli umili a distanza. Vorrei essere orgoglioso di un sindaco che sa ascoltare, che vive in modo normale, che cammina al mio fianco anche quando potrebbe servirsi di comodità straordinarie. Così come ha fatto Muzzarelli in questo caso. Quando ciò avviene, trasmette fiducia e senso di appartenenza. E’ la grandezza delle persone modeste possedere la forza e l’energia dell’umiltà. Voglio essere chiaro. Voglio che il sindaco sappia che quando l’ho criticato, l’ho fatto con la stessa convinzione dell’elogio che, come in questo caso, gli spetta di diritto.

Alcuni dicono che scrivo in modo aggressivo. Altri dicono di peggio. Molto peggio. Io non posso dire di me stesso ma posso spiegare, argomentare e scusarmi se questa è l’impressione che ho lasciato. Aggressivo lo sono stato soltanto nella prima età dell’adolescenza dagli otto ai dodici anni: gesti isterici, sassate, piccoli furti, e qualche vandalismo. Poi basta. Più nulla. Un violino, un amore, e un legame profondo verso coloro che mi hanno aiutato a cambiare vita. 
L’aggressività è passata ad altri. Io non l’ho più subita o praticata nei termini della prima adolescenza. L’aggressività che non avevo mai visto, ma che c’era, era intorno a me, era nel mio paese e in quelli lontani. Era un’aggressività diversa da quella delle sassate e delle liti violente tra coetanei. Vestiva in modo elegante, signorile, in doppiopetto. Fatta di soprusi legali, di norme e di burocratismi. Un’aggressività senz’anima. Un’aggressività che ti colpisce con violenza senza rumore, senza parlarti. Per lei non esisti. Esiste il tuo problema che fa parte di un percorso organizzato. L’importante è che tutto sia regolare. Sono arrivato senza accorgermene alla seconda parte del titolo iniziale. A quella parte del sindaco Muzzarelli della quale non vado orgoglioso.

Ho letto nei giorni scorsi una commovente lettera firmata Sabina Angelini. Ha esposto una situazione angosciosa di bisogno: un figlio invalido al 100%. Ha lasciato il lavoro per seguirlo. Tralascio la descrizione, anche se è facilmente intuibile, della grave situazione di difficoltà e di umiliazione che prova nel dover chiedere aiuto. Chiedeva di essere ascoltata dal sindaco. Ha fatto molti tentativi. Dopo la lettura della sua lettera scrissi che il sindaco questa mamma la deve ricevere. Aggiunsi che criticare Muzzarelli per quanto avevo letto con commozione, poteva apparire una speculazione degna di un corvo e mi sono astenuto da ogni commento.

Muzzarelli si è informato del caso e ha risposto in questo modo: “Ho chiesto informazioni urgenti. Bisogna però precisare una cosa: i Servizi Sociali ricevono tutti e – nei limiti di risorse e competenze – danno assistenza. Un conto è l’umanità, e chi mi conosce, sa bene che provo a parlare con tutte e tutti i cittadini, un conto è che direttamente un sindaco non può concedere nulla, il tramite necessario (per legge, ed è giusto così) sono i servizi sociali”. La signora Sabina Angelini con i servizi sociali aveva già parlato. Dunque, perché mai insiste e vuole parlare con Muzzarelli? La risposta è semplice: perché è sola, disperata, e perché coltiva una speranza. Secondo Nietzsche: “La speranza è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze degli uomini”. Ammettiamo pure che un incontro della signora Angelini con il sindaco non risolva il problema per oggettive difficoltà, ma se così fosse, e non resta che sperare che così non sia, la signora Angelini dopo un colloquio, certamente con dolore, dovrà smettere di sperare e si troverà costretta, suo malgrado, a cercare altre strade e a rinunciare con sofferenza ad affidarsi a quella speranza definita da Nietzsche il peggiore dei mali.

Mio nonno, nato nel 1881, all’età di 70 anni venne ricoverato in ospedale. Dopo un mese i medici continuavano a dirmi che “l’età” non lasciava sperare nulla di buono. Non riuscivo a rassegnarmi. Tra i miei compagni di scuola c’era Piero Coppo, figlio del luminare Mario Coppo. Gli parlai. Si prese a cuore la situazione. Il professor Coppo fece una lezione ai suoi medici con mio nonno in mutande in piedi davanti a loro. Nonostante “l’età” lo guarì e campò fino a novantadue anni. Il capo ne sapeva di più dei suoi sia pur bravi assistenti. E il sindaco dell’amministrazione è il capo. Muzzarelli ricorderà che il conte zio per risolvere la questione non ha invitato a pranzo don Abbondio, ma il padre provinciale. Per far trasferire padre Cristoforo non vi era altra strada che rivolgersi all’autorità più alta. E, infatti, il padre provinciale promise al conte zio che in evidenza di elementi avrebbe trovato la soluzione. “Son superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere, per rimediare”.

La signora Angelini pensa che se una soluzione al suo problema esiste, il solo che la può individuare è chi siede più in alto. Per questo ritiene che Muzzarelli sappia vedere più lontano per saggezza e competenza. E’ così che dovrebbe essere. La speranza è legittima. Chiunque sia colpito da una grave situazione e va in chiesa per chiedere aiuto non si rivolge al prete, ma direttamente a Dio, che come si sa, ascolta tutti con benevolenza. E se ascolta lui, il Signore che sta all’ultimo piano, credo che anche un sindaco possa ascoltare un problema drammatico indipendentemente dalle eventuali e non scontate soluzioni.

Ognuno di noi quando ha un problema di salute, sindaco compreso, se può, non si accontenta di parlare o di aver parlato con l’aiuto di un reparto ospedaliero, ma cerca conferma rivolgendosi al primario. Se non esiste soluzione, non c’è primario che tenga. Per il problema della signora Angelini, il sindaco ha scritto: “Il tramite necessario (per legge, ed è giusto così) sono i servizi sociali”. Io dico che questo è vero solo in parte. Dico che il primo tramite è l’attenzione, l’ascolto, la sensibilità, la capacità di trasmettere con delicatezza e con garbo anche la delusione che di solito si accompagna ad attese ingenuamente fiduciose.

So benissimo che un sindaco non è un prete e che il municipio non è un confessionale, ma so altrettanto bene che quando sei disperato hai bisogno di percorrere tutte le strade. E’ un bisogno che serve alla signora Angelini, a suo figlio invalido al 100%, alla speranza di ritrovare un giorno il lavoro perduto; serve all’istituzione, al suo prestigio e al suo onore; serve a Muzzarelli, e serve a noi uomini e donne che tra voti favorevoli e contrari lo abbiamo eletto. Se il sindaco, com’è nel mio auspicio, riceverà la signora Angelini, la guardi negli occhi e si ricordi queste parole di Romain Rolland: “Anche senza speranza, la lotta è ancora una speranza”.

Adriano Primo Baldi