La caccia uccide e basta

Di Paolo Ermani

Come in guerra, intere zone sono soggette al coprifuoco e sono ostaggio di persone armate che a volte non distinguono animali dalle persone e fanno fuoco lo stesso. Dall’inizio della stagione, oltre a un cacciatore ucciso dal suo stesso fucile, un altro caduto si aggiunge alla già lunghissima lista di persone uccise in questo modo anche negli anni passati. In provincia di Imperia un ragazzo di 19 anni è stato ammazzato da un cacciatore che lo aveva scambiato per una preda. 

Poco importa (se non ai fini della contestazione di reato che verrà fatta a chi ha sparato) che l’uccisore asserisca che la vittima aveva anch’egli un fucile.

Ma come è possibile che ancora nel 2018, quindi non nel Medioevo, venga uccisa gente a fucilate da una categoria che sostiene, malgrado tutto, di praticare uno “sport”? Lo scorso anno nella stagione di caccia ci sono stati 22 morti più decine di feriti; basterebbero solo questi dati agghiaccianti a concludere di limitare drasticamente su tutto il territorio questa attività pericolosissima.  

La caccia ha ben poco significato e utilità ed è sempre più un gioco di morte.  Non serve certo per procacciarci il cibo! Peraltro cacciare ha costi altissimi, fra fucili sempre più sofisticati, pallottole, fuoristrada enormi, abbigliamento specifico, cani dai prezzi stellari con relativo mantenimento degli stessi. Non serve per un fantomatico equilibrio faunistico dato che è praticamente stato sterminato tutto e gli stessi cacciatori anziani, che hanno appeso il fucile al chiodo, raccontano di quanti animali c’erano un tempo; al confronto oggi c’è il deserto. Basta andare in un bosco e raramente si sentono suoni di uccelli, ormai ridotti a entità minime con costante uccisione di specie protette che vengono “erroneamente” colpite. E i cinghiali? Sono spesso gli stessi cacciatori che danno loro da mangare e hanno introdotto specie che hanno aumentato la riproduzione. Del resto, dato che di altri animali non c’è quasi più nulla, se non ci fossero i cinghiali, a cosa sparerebbero?

Quindi soprattutto il cinghiale rimane il pretesto per continuare a sparare. Altro argomento che non sta in piedi è quello per cui il cacciatore tutela l’ambiente. A parte il fatto che non si capisce cosa si possa tutelare se si uccidono animali selvatici che sono essi stessi natura; ma in più, l’ambiente viene deturpato anche da tappeti di bossoli lasciati in terra o, peggio ancora, bruciati assieme a rifiuti di vario genere che vengono prodotti dalle lunghe attese dei pochi uccelli a cui sparare. Bruciare la plastica o abbandonarla non ci risulta essere un’attività amica dell’ambiente

Una tale situazione di violenza, pericolo e inquinamento è possibile solo grazie al potere lobbistico che hanno i cacciatori nei confronti della politica. I cacciatori hanno assunto una forza elettorale non indifferente, che i partiti non vogliono perdere, e sono una  lobby che tiene in ostaggio intere regioni e abitanti, che nelle zone rurali per il periodo della caccia vivono praticamente una libertà limitata, sempre con il timore che gli arrivi qualche pallottola addosso.

Ci fa ben sperare, anche se la speranza è timida, il fatto che pochi giovani seguano questo malsana attività. In compenso ci sono tanti cacciatori anziani con mano malferma e occhio non proprio lucido, e questo è altro motivo di grande pericolo.

Una politica lungimirante, rispettosa di persone e ambiente dovrebbe limitare moltissimo questa pratica ormai antistorica e pericolosa e ridare vita a luoghi bellissimi come i nostri boschi, perché possano ripopolarsi di animali. Grazie a ciò, si potrebbe organizzare anche un turismo “ambientale” basato proprio sulla ricchezza di fauna a flora che abbiamo. Quindi attirare persone nei nostri luoghi naturali di grande bellezza e non prenderli a fucilate.

Una attività turistica simile vale molto di più, anche economicamente, di quello che possono apportare i cacciatori, che anzi il turista lo fanno scappare.

In fondo, basterebbe fare una semplice, sana scelta di civiltà e lungimiranza.

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